sabato 24 novembre 2012

Claudio Di Scalzo, Edo Mezzera, Sergio Salini vanno al crotto per ricordare Giovanni Bertacchi. 24 novembre 2012


 
 
 
 
 UNA SERATA A CROTTO PER RICORDARE GIOVANNI BERTACCHI


Il poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi muore il 24 novembre 1942. A Milano. Lontano dalla sua cara piccola patria: la Valch
iavenna. Isolato. Dimenticato. Costretto a lasciare l’università di Padova perché antifascista, ormai scriveva brevi poesie, intimiste, sui giornaletti che aiutavano ciechi, feriti di guerra, riviste di viaggi. Aveva viaggiato molto per conto del Touring Club. Soltanto nel dopoguerra ebbe commemorazioni e ricordi, compresa l’edizione di tutte le poesie, a cura di Francesco Flora, l’ultimo critico che ancora curava poeti post pascoliani e carducciani in Italia. Nel settantesimo della morte - io che mi dedico da decenni alla poesia di Giovanni Bertacchi, anche per la scuola dove insegno, a Chiavenna, l’ITCG-LICEO “Leonardo da Vinci - ho scelto di farlo con due amici nel crotto che fu di Bertacchi in Pratogiano e successivamente in quello dell’imprenditore Sergio Salini, appassionato di musica popolare e della poesia di Bertacchi tradotta in musica. Il vero motore dell’iniziative è però Edo Mezzera, impiegato del comune, ma anche il più noto collezionista di cartoline e cimeli bertacchiani della Valtellina. Attraverso la sua collezione è possibile ricreare il clima culturale dell’opera di Bertacchi declinato in terra d’Alpi. Serve ricordare che negli ultimi anni di vita, il poeta tornò a scrivere in dialetto chiavennasco, non sono molte le poesie ritrovate, ma bastanti per evocare i legami poesia-dialetto-heimat. E tutto ciò al centro del crotto - in Pratogiano, piazza alberata suggestiva – che, cerco di spiegarlo in modo accettabile, è una casa-trattoria-cantina, dove per il venticello che passa nelle fenditure delle rocce, conserva e invecchia vini e formaggi in modo strepitoso. Con alcuni brinderemo nella serata. Altre iniziative sono in corso nella città, e le ricordo doverosamente, le poesie lette da studenti delle scuole nel pomeriggio, ed il concento jazz dedicato a Bertacchi dal Trio Manusardi alla Società operaia con conferenza dello storico e insieme studioso della letteratura dialettale del poeta: Guido Scaramellini. E’ stato Guido Scaramellini, decenni fa, ad avvicinarmi all’opera del suo insigne conterraneo, tanto che poi ho preso a pubblicare saggi, antologie, per l’annuario Tellus, ed a divulgarne l’opera in Rete: Giovanni Bertacchi Libroweb: con contatti anche con l’università di Padova, attraverso il critico Silvio Ramat, per le tesi in corso.
Claudio Di Scalzo – 24 novembre 2012
 
 
 
 

martedì 11 ottobre 2011

Giovanni Bertacchi insegnato all'ITCG-LICEO di Chiavenna







GIOVANNI BERTACCHI TORNA AL LEONARDO DA VINCI DI CHIAVENNA

Anche quest'anno scolastico, 2010-2011, all'ITCG-LICEO di Chiavenna sarà presente il PROGETTO GIOVANNI BERTACCHI- PROGETTO DI MANUALE PER LETTERATURE ALPINE che da anni valorizza il messaggio poetico e la produzione in versi e in prosa del poeta chiavennasco. E ciò in collaborazione anche con il LICEO GALLIO DI COMO dove il poetà insegnò. Le sei ore di Corso si svolgono nell'Aula Magna dell'istituto in orario extra-curriculare e sono aperte agli studenti del Triennio ed eventualmente a tutti gli interessati. Curatore del Progetto è il prof. Claudio Di Scalzo.



  

giovedì 13 maggio 2010

Alberto Martini per "Le malie del passato". Il mondo di Giovanni Bertacchi 1

              


                                                               Copertina di Alberto Martini

Il mondo di Giovanni Bertacchi è un libro in progress che si abbina on line a Giovanni Bertacchi Libroweb. E che come quest’ultimo troverà la sua necessaria sistemazione in una antologia su carta stampata. Qui compariranno aspetti, normalmente chiamati peritesto, e cioè immagini, documenti, curiosità, foto che riguardano il poeta del Canzoniere delle Alpi. A corredo della sua produzione poetica ed anche a testimonianza di come, a Chiavenna e in Valtellina, anche grazie alla scuola, il poeta viene ricordato e divulgato inventando uan sorta di manualistica regionale. Necessaria per conoscere la letteratura italiana come già auspicava Dionisotti. Claudio Di Scalzo discalzo@alice.it


IL POETA DELLE ALPI E IL PITTORE DANDY

Giovanni Bertacchi ebbe un fruttuoso rapporto con l’editoria, almeno fino a quando il fascismo e le sue strategie di controllo totalitario non imposero diversamente, e ne è testimonianza la copertina de Le malie del passato (1905): il racconto in versi del poeta è disegnata dai uno dei maggiori incisori e pittori italiani del simbolismo europeo: Alberto Martini. Che avrà anche una pregevole carriera come pittore echeggiante, in anticipo, tematiche surrealiste. Sembra che Martini venisse in visita spesso al Palazzo Vertemate. Ecco, un capitolo da ricostruire sarebbe questo: Martini in Valchiavenna e magari i suoi rapporti con Bertacchi se ci furono o se l’illustrazione fu un’idea semplicemente dell’editore.



Alberto Martini (Treviso 1876 - Milano 1954). Incisore e pittore. Determinante lo studio di Dürer. La sua grafica: disegno, incisione, ex-libris, illustrazioni, ebbe il momento di maggior fama quando essa si riversò nel rapporto con I racconti Straordinari di Edgar allan Poe, (1905-1908). E con le Feste Galanti del poeta francese Verlaine, (1911). Il mondo di Martini era assolutamente legato alla stagione simbolista e decadente. Nelle sue opere compare sempre il misterioso e l’ambiguità del reale. Anche la copertina rimanda a questa vocazione. Rendendo decadente quanto invece, nei versi di Bertacchi, è vocazione semplicemente malinconica e umanitaria. Nel 1928 Arturo Martini si trasferì a Parigi. Frequenterà gli artisti legati a Breton ma non aderirà al movimento surrealista. Nel 1934 ritornò a Milano e qui visse appartato fino alla morte.



                                                                                    Alberto Martini: Autoritratto




   

giovedì 6 maggio 2010

GIOVANNI BERTACCHI LIBROWEB 9: Percy, l’anima italica e il Pantheon del futuro.



                                                              Cimitero Acattolico di Roma




GIOVANNI BERTACCHI


LIBRO-WEB 9


Il poeta chiavennasco raccontò su La grande illustrazione d’Italia come si era messo sulle tracce dei “grandi poeti stranieri”, facendo una specie di Grand Tour che imponeva l’amore per i poeti letti e studiati, in questo caso i romantici inglesi, e una specie di calco da riproporre ai lettori composto di giornalismo culturale, si direbbe oggi, e di geografia delle idee. Claudio Di Scalzo


PERCY, L’ANIMA ITALICA E IL PANTHEON FUTURO

Del resto, più che da mala disposizione di Shelley, i suoi giudizi sul popolo italiano erano dettati da una ragione d’amore. L’Italia è così, perché schiava. I veneziani sono vittime delle orde austriache, da cui è oppresso questo miserabile popolo non più vivo, ma immerso in un sogno pieno d’angoscia e di oscuro terrore; in Roma la vita di trecento prigionieri in ceppi che estirpano le erbacce di Piazza San Pietro gli dà l’immagine del servaggio d’Italia. Venuto nel paradiso degli esuli e dei paria, esule e paria egli stesso, egli sapeva di incontrare dei fratelli di miseria e di esilio nei figli medesimi di questa terra e sentiva, in fondo al cuore, di amarli. Non appena il fremito della libertà, nel ’20, comincia a correre le contrade d’Europa e anche il mezzogiorno d’Italia ne è preso, egli, sperando vederlo comunicato alla sua lontana Inghilterra lo traduce nelle due odi solenni a Napoli e alla Libertà, suscitando nel canto le città italiche, belle e fiere come amazzoni, ciascuna con la grandezza sua: «Dalle isole tutto in su fino alla Alpi gelide, l’eterna Italia riscuotesi. Il mare onde son lastricate le solitarie vie di Venezia ride di luce e musica. Genova fatta vedova, pallida, al lume di luna sillaba gli epitaffi dei propri antenati, mormorando: - Ov’è Doria? – La bella Milano nelle cui vene lungo tempo corse – paralizzante – il velen della vipera, alza il tallone per schiacciar la sua testo... Firenze, sotto il sole, delle città la più bella, ha il volto soffuso di porpora per la speranza della Libertà...». È l’avvento, per allora immaturo, della patria mostra, al cui nome il poeta canta così: «Ciò che il sorger del sole è per la notte, ciò che il vento del nord è per le nubi, come l’ardente foga con cui il terremoto, passando, fa rovinar montane solitudini – eterna Italia! – quelle tue speranze e quei timori tuoi siano per te!».


* * *


Chiameremo noi col solo nome di ospite questo straniero che, giunto da poco fra noi si accampa con palpito così fraterno sulla soglia del nostro risorgimento? Nulla egli trascurò di quanto potesse introdurlo nel secreto dell’anima italica. Si avvolse inorridito negli anditi bui dei Piombi e di Sant’Anna, ove rivisse la passione del Tasso; si inebriò nelle tele del Correggio, di Raffaello, del Rosa; dalla Beatrice Cenci attribuita al Reni trasse ispirazione alla sua più profonda tragedia, che è la tragedia di una età e di una società italiana; non parve apprezzare degnamente nelle Sistina gli affreschi di Michelangelo che Camillo Boito definì “una tempesta del Bello”, ma sulla Medusa leonardesca scrisse versi di una potenza sinistra, simili ad altri suoi dai quali, per entro gli elisi eterei delle più delicate visioni, irrompono a tratti fasci di tenebre solcati dai lampi del Terrore e della Desolazione.
Nato anglo-sassone, possedette fin nelle sue grazie più occulte l’idioma d’Italia; penetrò a pieno nelle non facili intimità della poesia petrarchesca e ne svolse i Trionfi, innovandoli, sublimandoli in quel Trionfo della vita sulle cui vette egli salì per valicar nell’eterno. Avverso a ogni culto o dogma, ci insegnò una preghiera nuova, leggendo il Paradiso dantesco nella penombra del duomo di Milano; ripigliati i motivi del Convivio e della Vita Nuova, austeri di fredde astrattezze, pervasi di mistici sgomenti, irraggiati d’un riflesso un po’ pallido di ignote albe sideree, vi immise una più calda passione di vita, li rincolorò di tutte le tinte del creato, li rinutrì delle linfe dei sensi, perseguiti, blanditi, svolti l’uno dall’altro e l’uno all’altro intrecciati, dal colore al profumo al suono, in un processo continuante e cangevole, fin che essa, la parola, sembra venir meno sui cigli dell’infinito.
Certo lo spirito di Dante visitò per tempo il cuore di questo estatico aedo, che riconobbe la terra per salutarla dall’alto e in ogni donna vide un’Idea che lo congiungesse all’universo... «C’era un giovane – scrive egli stesso, in italiano – il quale viaggiava per paesi lontani, cercando per il mondo una donna, della quale esso fu innamorato». Nessuna patria terrena ospitava la donna anelata da lui: ma, di tutte le contrade, questa a cui egli venne per morire era la più vicina al suo sogno.
Per morire, per rinascere.
Se un giorno Roma erigerà un Pantheon al ricordo dei grandi Figli adottivi che ci amplificarono l’Italia, Percy darà fra gli eletti. Il verso di Enotrio nostro esalterà nel marmo l’effige del titano virgineo e i maggi latini rinnoveranno un loro tributo di rose al poeta del mondo liberato e della Favola eterna...


da La grande illustrazione d’Italia, settembre 1924



    

GIOVANNI BERTACCHI LIBROWEB: 8° capitolo. Chiavenna in cartolina

Giovanni Bertacchi svolse un’ampia attività di divulgatore delle bellezze di Chiavenna donando versi per didascalie a cartoline e per illustrare pagine di riviste dedicate al turismo. La lettera che pubblichiamo ne è una testimonianza. Se poi i lettori-navigatori e i custodi di memorie bertacchiane volessero aggiungere a questi versi le relative cartoline, come curatore di questo Libroweb, sarei lieto di ospitare tali immagini.



 
                                                                   Chiavenna sulla Mera


BERTACCHI E LE DIDASCALIE PER CARTOLINE DI CHIAVENNA


Chiavenna, 15 dicembre 1933

Carissimo,
ti accludo la tiritera calista. Se si deve leggere,
bisogna farne parecchie prove. = Vorrei poi pregarti di trascrivermi a
macchina, senza firma, le strofette seguenti e di rinviarmele con l’originale.
Grazie di tutto
tuo Giovanni


= Per la veduta di Chiavenna incorniciata dalla pianta:

Tutta la culla delle tue memorie,
buon Chiavennasci,di quassù si vede,
incoronata dal gran ramo arboreo
che si marca su lei come una fede.


= Per il sagrato in cui campeggia il campanile:

Sindaci ed arcipreti in serie antica
si successer nell’umile città.
Ei sol rimane; e par che benedica
ogni fede,ogni usanza ed ogni età.


= Per la veduta dello scoglio con birreria sul Mera

Scoglio e terrazzo ove sognai le prime
mie fantasie tra i cantici dell’onda,
e dove mi mescea la birra bionda
una musa gentil che non è più.


= Per la veduta del così detto cortile romano:

Di qual tempo mai sia questo cortile
non t’importi saper, visitatore:
alle case degli uomini lo stile
vien dai ricordi che v’aggiunge il cuore.


= Per la veduta complessiva del Borgo:

Fissa,Posina,il borgo mio paterno,
qual negli anni lo vidi e ognor l’amai,
prima che giunga il picconiere odierno
e in quattro colpi me lo butti giù.



  

GIOVANNI BERTACCHI LIBROWEB: 7° capitolo. Scritti di viaggio su Shelley




                                                                     Percy Bisshe Shelley
 


Scritti di viaggio su Shelley

Il poeta negli anni venti, inaugura una serie di viaggi sulle orme dei grandi poeti stralklusnieri che visitarono e scrissero sull'Italia e in Italia. Bertacchi di fatto inventa un Gran Tour calcato su altre tracce, anche poetiche, e di suo ci mette il piglio giornalistico e la sua ben nota enfasi. Un enfatista in viaggio? Sembrerebbe di sì. La sua predilizione va ai poeti romantici, Shelley su tutti. Lo Shelley dal destino di annegato ritrovato sulla spiaggia di Viareggio e lì bruciato su di una pira dall'amico Byron e dalla moglie Mary che ne ha salvato il cuore in una teca di cristallo. Lo Shelley che alla delicatezza univa una viva passione laica e libertaria. Alcuni dicono anarcoide.
Quanto qui compare è la parte finale di un articolo-saggio comparso su La grande illustrazione d'Italia nel 1924.
La parte più ampia è presente nell'annuario di Tellus, il 27, Dalla Torre pendente alle Alpi, con il titolo emblematico di "Un alpino a Viareggio" anche se nel suo "viaggio" Bertacchi racconta Shelley pure a Pisa e sul Serchio.

Percy Shelley, l'anima italica e il Pantheon futuro
Del resto, più che da mala disposizione di Shelley, i suoi giudizi sul popolo italiano erano dettati da una ragione d’amore. L’Italia è così, perché schiava. I veneziani sono vittime delle orde austriache, da cui è oppresso questo miserabile popolo non più vivo, ma immerso in un sogno pieno d’angoscia e di oscuro terrore; in Roma la vita di trecento prigionieri in ceppi che estirpano le erbacce di Piazza San Pietro gli dà l’immagine del servaggio d’Italia. Venuto nel paradiso degli esuli e dei paria, esule e paria egli stesso, egli sapeva di incontrare dei fratelli di miseria e di esilio nei figli medesimi di questa terra e sentiva, in fondo al cuore, di amarli. Non appena il fremito della libertà, nel ’20, comincia a correre le contrade d’Europa e anche il mezzogiorno d’Italia ne è preso, egli, sperando vederlo comunicato alla sua lontana Inghilterra lo traduce nelle due odi solenni a Napoli e alla Libertà, suscitando nel canto le città italiche, belle e fiere come amazzoni, ciascuna con la grandezza sua: “Dalle isole tutto in su fino alla Alpi gelide, l’eterna Italia riscutesi. Il mare onde son lastricate le solitarie vie di Venezia ride di luce e musica. Genova fatta vedova, pallida, al lume di luna sillaba gli epitaffi dei propri antenati, mormorando: - Ov’è Doria? – La bella Milano nelle cui vene lungo tempo corse – paralizzante – il velen della vipera, alza il tallone per schiacciar la sua testo... Firenze, sotto il sole, delle città la più bella, ha il volto soffuso di porpora per la speranza della Libertà...” E’ l’avvento, per allora immaturo, della patria mostra, al cui nome il poeta canta così: “Ciò che il sorger del sole è per la notte, ciò che il vento del nord è per le nubi, come l’ardente foga con cui il terremoto, passando, fa rovinar montane solitudini – eterna Italia! – quelle tue speranze e quei timori tuoi siano per te!”.
* * *
Chiameremo noi col solo nome di ospite questo straniero che, giunto da poco fra noi si accampa con palpito così fraterno sulla soglia del nostro risorgimento? Nulla egli trascurò di quanto potesse introdurlo nel secreto dell’anima italica. Si avvolse inorridito negli anditi bui dei Piombi e di Sant’Anna, ove rivisse la passione del Tasso; si inebriò nelle tele del Correggio, di Raffaello, del Rosa; dalla Beatrice Cenci attribuita al Reni trasse ispirazione alla sua più profonda tragedia, che è la tragedia di una età e di una società italiana; non parve apprezzare degnamente nelle Sistina gli affreschi di Michelangelo che Camillo Boito definì “una tempesta del Bello”, ma sulla Medusa leonardesca scrisse versi di una potenza sinistra, simili ad altri suoi dai quali, per entro gli elisi eterei delle più delicate visioni, irrompono a tratti fasci di tenebre solcati dai lampi del Terrore e della Desolazione.
Nato anglo-sassone, possedette fin nelle sue grazie più occulte l’idioma d’Italia; penetrò a pieno nelle non facili intimità della poesia petrarchesca e ne svolse i Trionfi, innovandoli, sublimandoli in quel Trionfo della vita sulle cui vette egli salì per valicar nell’eterno. Avverso a ogni culto o dogma, ci insegnò una preghiera nuova, leggendo il Paradiso dantesco nella penombra del duomo di Milano; ripigliati i motivi del Convivio e della Vita Nuova, austeri di fredde astrattezze, pervasi di mistici sgomenti, irraggiati d’un riflesso un po’ pallido di ignote albe sideree, vi immise una più calda passione di vita, li rincolorò di tutte le tinte del creato, li rinutrì delle linfe dei sensi, perseguiti, blanditi, svolti l’uno dall’altro e l’uno all’altro intrecciati, dal colore al profumo al suono, in un processo continuante e cangevole, fin che essa, la parola, sembra venir meno sui cigli dell’infinito.
Certo lo spirito di Dante visitò per tempo il cuore di questo estatico aedo, che riconobbe la terra per salutarla dall’alto e in ogni donna vide un’Idea che lo congiungesse all’universo... “C’era un giovane – scrive egli stesso, in italiano – il quale viaggiava per paesi lontani, cercando per il mondo una donna, della quale esso fu innamorato”. Nessuna patria terrena ospitava la donna anelata da lui: ma, di tutte le contrade, questa a cui egli venne per morire era la più vicina al suo sogno.
Per morire, per rinascere.
Se un giorno Roma erigerà un Pantheon al ricordo dei grandi Figli adottivi che ci amplificarono l’Italia, Percy darà fra gli eletti. Il verso di Enotrio nostro esalterà nel marmo l’effige del titano virgineo e i maggi latini rinnoveranno un loro tributo di rose al poeta del mondo liberato e della Favola eterna...

                                                              Giovanni Bertacchi

”L’Italia nei ricordi dei grandi poeti stranieri, Percy Bisshe Shelley”
da La grande illustrazione d’Italia, settembre 1924


GIOVANNI BERTACCHI LIBROWEB: 6° capitolo. Un momént de nostalgia




                                                        Giovanni Bertacchi con il nipote, 1925


Il poeta scrisse poesie in dialetto in tarda età. Nel 1929 infatti aveva già sessanta anni. In questa data esce anche la sua ultima raccolta in lingua: “Il perenne domani”. Sembra quasi, a chi cura questo Libroweb, un solitario passaggio di testimone dentro l’animo del poeta chiavennasco, che stanco, deluso, isolato per il suo antifascismo, medita di aggrapparsi al dialetto per rinforzare ancor più la tenace resistenza alle camice nere e ai saluti romani preludio di ogni persecuzione. Le poesie dialettali di Bertacchi sono state raccolte - con grande intelligenza filogica e commentate nella loro genesi e sviluppo - da Guido Scaramellini e dunque a questo libro, più volte ristampato, si rimanda. L’ultima edizione contiene anche preziose foto: Giovanni Bertacchi, Poesie dialettali, Chiavenna 2001, Edizione Pro Chiavenna.
Nel Libroweb pubblichiamo “Un momént de nostalgía”, che è una delle più lette e ricordate in terra chiavennasca e lombarda. La poesia venne pubblicata sulla rivista Il torototèla nel 1° gennaio del 1933. Assieme, a comporre quasi un ideale trittico (e in futuro anche queste proporremo ), c’erano anche “Quarant’an de scöla” e “I mè visit d’invèrno”. La rivista ovviamente era minuscola, poco diffusa, ma dopo l’avvento del fascismo al poeta non rimanevano che riviste simili oppure legate, come Alba Serena, al mondo dei ciechi. Inutile qui rimarcare l’idiozia, storica e culturale, che prima della guerra scatenata da Hitler e Mussolini, in Italia si stesse tutto sommato dentro una società autoritaria e non totalitaria, che a volte leggiamo persino su giornali come Il Corriere della Sera. Basterebbe che tali esimi storici si rileggessero le testimonianze di Luigi Medici, amico intimo del Bertacchi, che del giornale milanese fu direttore, per provare quantomeno imbarazzo. Ma torniamo alla poesia dialettale che “racconta” un Natale da escluso, un Natale dove l’affidarsi a scaglie immaginarie della propria terra, non può che produrre nostalgia.
Bertacchi tocca tutte le corde del patetico sentimentale con una vena di romanticismo da ballata, un novellare da veglia e da vigilia in fronte al sacro della festività: c’è la trattoria, luogo per eccellenza di solitudine, dove cena pensando a Chiavenna, e per scaldare la pietanza non resta che ripensare alla fanciullezza. Fra i tanti squarci evocati, che danno anche dolore mediato dalla malinconia, prende forza la ricerca dell’adolescente Bertacchi, in Pratogiano, di muschio e di alloro per il Presepio. Con questa immagine di dedizione intenta ad addobbare l’evento fondamentale della cristianità - alla quale anche chi scrive, ad altre latitudini, quelle pisane, ha partecipato - concludo il mio breve commento a una poesia memorabile che genera in me il rimpianto di non saperla leggere come si deve; ma i lettori, che spero numerosi di questo capitolo del Libroweb, lo faranno sicuramente al meglio, e proprio la vigilia di Natale. Cds, il 24 dicembre 2005



Un momént de nostalgía

Quant Ciavena la se inòcia
sü, tra mèz ai sò montàgn,
cont quii sò gandón de ròcia
che stravaca in d’'i campàgn ;
quant da quest a quel paees
i se ciaman tüti i gees,

mi, úbandii de Lombardía
dal decrét del mè destín,
cerchi un pòst in tratoría,
cerchi l föoch d’un quai camín,
e stòo lí a guardà l pasaa
cont i öc imbambolaa

Çco; pròpi in 'sto momént
sum chi, dent in d' una stanza,
bèl al còlt, coi sentimént
tüt velaa de lontananza
Còsa gh'é 'l che viif o möor
in l' inverno del mè cöor ?

Föra 'l fiòca: in sül velari
che vegn gió sü tec e straat,
come in font a un gran scenari
se profila i mè valaat.
Forsi a ' st' ora, sü a Ciavena,
sonaràn per la novena.

O novena de Natàl,
tanto vegia e sempar növa,
paar che l cel de la mia val
a sentít al se comöva;
paar che pròpi l sia là sü
el preúepi de Geúü.

Caar preúepi, me regòrdi!
Coi compàgn, finii la scöla,
se coreva tüc d’acòrdi
sü per Prost e per Capiöla
a cercà, fra i èrboi mat,
òri, müfa e spungiaràt.

Pö in d’i stüf l era un defà
a tra insém la scena viva:
gh’era i pàscoi, gh’era i ca,
gh’era i sonadoo de piva,
e l Bambìn, che fa la nana
tra i du bèsti, in la capana.

Quanti ròp a nün bastrüch
me parlava in questa scena,
fada sora a quatar sciüch
lungo i dì de la novena!
Ghe sentivom al riciàm
de la feet di nòstar mam.

Na l vegniva pö l gran dì
che in quel quadar inocént
se vedeva a comparí
i trè Magi de l oriént,
i trii rè: Gaspar, Melchiòr,
Baldasàr, cont i teúòr.

In la nòc quii rè inscí bèi,
filànt via a vün a vün,
i portava süi camèi
un quaicòs anca per nün...
Nün a scüur, coi öc avèert,
trepignavom sot ai cuèert.
E l dí dòpo un carnevaa
tra tüc nün compàgn de giöoch:
magatèi, trombét, soldaa,
cont i eúempi arènt al föoch.
Fèsta granda, incoronada
d’una zena prelibada.

Ma, pö dòpo, che magón
tornà chiét sot ai lenzöo!
Piü vin. dolz, piü panéton,
tüt finii, i mè pòvar fiöo...
Domàn... scöla!Epifanía
tüti i fèst i a pòrta via!