domenica 20 ottobre 2013

Claudio Di Scalzo: Giovanni Bertacchi su L'ORDINE di Pietro Berra





Claudio Di Scalzo

Sul quotidiano LA PROVINCIA DI SONDRIO, domenica 20 ottobre 2013, nel supplemento culturale L'ORDINE, diretto da Pietro Berra, un intervento a mia firma su Giovanni Bertacchi con alcune proposte per diffonderne, in modo "transmoderno" l'opera, con video, teatro, parco culturale, imprenditoria. Ed ovviamente insegnandolo nella scuola. In Valchiavenna. Anche alle superiori. Come da anni, isolatissimo, vado facendo. Altre firme nel supplemento: Moni Ovadia, Elisabetta Sgarbi, il vaticanista Lucio Brunelli...



Gioànin Bertàch Pop


 ... Giovanni Bertacchi, il mite Bertacchi, ha avuto in sorte d’esser, anche spregiativamente liquidato da avanguardisti poi in tarda età diventati passatisti, più di lui al passato, come Papini, da futuristi che lo misero nell’angolo ottocentesco con i loro Zang tumb tumb mentre lui ascoltava Debussy e scriveva aforismi - mai pubblicati, vista anche la censura fascista - sopra il Sacro ma anche sull’Umorismo; e se vogliamo proprio toglierlo dal tardo realismo con venature pascolian-carducciane, dovremo affermare che il poeta ebbe sempre attenzione verso il rapporto tra scienza e lavoro, tra forze produttive e progresso. Per queste linfe nascoste e tuttora operanti nella sua opera, Giovanni Bertacchi, necessita, molto più di altri poeti coevi, di una completa e nuova antologia sulle sue raccolte ma anche di tutti quegli scritti, nei generi più diversi, compreso il patriottismo interventista democratico nel 1914, perché torni di nuovo a disposizione delle librerie e delle biblioteche un ampio spettro di generi. Scrivo spettro perché il fantasmatico trovi corpo in nuovi lettori, magari giovani, a cui spesso è negata la conoscenza del poeta, se non alle medie valligiane, perché schiere di insegnanti non si misurano con la poesia che non sia firmata dai soliti numi: passando beati e frivolmente stolidi da Leopardi a Montale, sorvolando su quel contesto fino ottocento crispino ed inizio ottocento giolittiano, cui Bertacchi appartenne per ideologia socialista ma pure inventando il canto di un turismo appassionato verso le vette e i viaggi, e per questo poeta in Zanichelli con il suo Canzoniere delle Alpi da 25000 copie vendute. Ma come ri-attualizzare la diffusione di Giovanni Bertacchi? Non può bastare un’antologia anche se fosse costruita con tutti i criteri filologici perfetti oppure virata un poco di più nella narrativizzazione di certa biografia bertacchiana che rimanda ad amori e stordimenti vissuti in vecchiaia. Si va in città se la tecnica l’accesso te lo dà. Altra facile rima. Bertacchi va attualizzato, reso Transmoderno, spostandone l’opera in altri generi: come il teatro, il fumetto, i video. - da "Un parco letterario nei luoghi di Giovanni Bertacchi" - L'ORDINE, 20 ottobre 2013 - 



NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

L'ORDINE 20.X.2013

Claudio Di Scalzo nasce a Vecchiano fra l’Arno e il Serchio sotto una torre medievale che guarda dai suoi spalti la più nobile Torre Pendente. Diventa esponente della Poesia Visiva negli anni Settanta. Pubblica nelle riviste di settore. Espone in varie mostre. Esordisce nella narrativa nel 1997 con il romanzo epistolare Vecchiano, un paese. Lettere a Antonio Tabucchi per i tipi della Feltrinelli. Come critico d’arte cura mostre con catalogo per Bruno Magoni, Antonio Papasso, Giovanni Boffa, Raffaella Formenti, Henri Michaux, Jacques Villeglé, De Chirico, Medardo Rosso, Arturo Martini. Collabora con la Galleria Peccolo di Livorno. Il suo interesse per L’Art Brut gli fa scrivere “L’Alfabeto del Custode” dedicato al pittore chiavennasco Bruno Dell’Ava. Ha diretto l’annuario Tellus, 2002-2009, e fondato il relativo giornale Telematico Glocale Tellusfolio (2005-2009). Attualmente, in Rete, dirige, con la scrittrice Chiara Catapano, la rivista di Letterature Pensosità e Arti L'OLANDESE VOLANTE. Studioso di Giovanni Bertacchi - fin dal convegno con catalogo che si tenne a Chiavenna nel 1992 per il cinquantenario della morte - ne progetta la diffusione manualistica nella scuola. Anche con il weblog: GIOVANNI BERTACCHI LIBROWEB - E’ presente nell’antologia curata da Pietro Berra: “Poeti del Lario e della Valtellina”. Insegna all’ITCG-Liceo “Leonardo da Vinci di Chiavenna”. Risiede a San Cassiano Valchiavenna.




sabato 24 novembre 2012

Claudio Di Scalzo, Edo Mezzera, Sergio Salini vanno al crotto per ricordare Giovanni Bertacchi. 24 novembre 2012


 
 
 
 
 UNA SERATA A CROTTO PER RICORDARE GIOVANNI BERTACCHI


Il poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi muore il 24 novembre 1942. A Milano. Lontano dalla sua cara piccola patria: la Valch
iavenna. Isolato. Dimenticato. Costretto a lasciare l’università di Padova perché antifascista, ormai scriveva brevi poesie, intimiste, sui giornaletti che aiutavano ciechi, feriti di guerra, riviste di viaggi. Aveva viaggiato molto per conto del Touring Club. Soltanto nel dopoguerra ebbe commemorazioni e ricordi, compresa l’edizione di tutte le poesie, a cura di Francesco Flora, l’ultimo critico che ancora curava poeti post pascoliani e carducciani in Italia. Nel settantesimo della morte - io che mi dedico da decenni alla poesia di Giovanni Bertacchi, anche per la scuola dove insegno, a Chiavenna, l’ITCG-LICEO “Leonardo da Vinci - ho scelto di farlo con due amici nel crotto che fu di Bertacchi in Pratogiano e successivamente in quello dell’imprenditore Sergio Salini, appassionato di musica popolare e della poesia di Bertacchi tradotta in musica. Il vero motore dell’iniziative è però Edo Mezzera, impiegato del comune, ma anche il più noto collezionista di cartoline e cimeli bertacchiani della Valtellina. Attraverso la sua collezione è possibile ricreare il clima culturale dell’opera di Bertacchi declinato in terra d’Alpi. Serve ricordare che negli ultimi anni di vita, il poeta tornò a scrivere in dialetto chiavennasco, non sono molte le poesie ritrovate, ma bastanti per evocare i legami poesia-dialetto-heimat. E tutto ciò al centro del crotto - in Pratogiano, piazza alberata suggestiva – che, cerco di spiegarlo in modo accettabile, è una casa-trattoria-cantina, dove per il venticello che passa nelle fenditure delle rocce, conserva e invecchia vini e formaggi in modo strepitoso. Con alcuni brinderemo nella serata. Altre iniziative sono in corso nella città, e le ricordo doverosamente, le poesie lette da studenti delle scuole nel pomeriggio, ed il concento jazz dedicato a Bertacchi dal Trio Manusardi alla Società operaia con conferenza dello storico e insieme studioso della letteratura dialettale del poeta: Guido Scaramellini. E’ stato Guido Scaramellini, decenni fa, ad avvicinarmi all’opera del suo insigne conterraneo, tanto che poi ho preso a pubblicare saggi, antologie, per l’annuario Tellus, ed a divulgarne l’opera in Rete: Giovanni Bertacchi Libroweb: con contatti anche con l’università di Padova, attraverso il critico Silvio Ramat, per le tesi in corso.
Claudio Di Scalzo – 24 novembre 2012
 
 
 
 

martedì 11 ottobre 2011

Giovanni Bertacchi insegnato all'ITCG-LICEO di Chiavenna







GIOVANNI BERTACCHI TORNA AL LEONARDO DA VINCI DI CHIAVENNA

Anche quest'anno scolastico, 2010-2011, all'ITCG-LICEO di Chiavenna sarà presente il PROGETTO GIOVANNI BERTACCHI- PROGETTO DI MANUALE PER LETTERATURE ALPINE che da anni valorizza il messaggio poetico e la produzione in versi e in prosa del poeta chiavennasco. E ciò in collaborazione anche con il LICEO GALLIO DI COMO dove il poetà insegnò. Le sei ore di Corso si svolgono nell'Aula Magna dell'istituto in orario extra-curriculare e sono aperte agli studenti del Triennio ed eventualmente a tutti gli interessati. Curatore del Progetto è il prof. Claudio Di Scalzo.



  

giovedì 13 maggio 2010

Alberto Martini per "Le malie del passato". Il mondo di Giovanni Bertacchi 1

              


                                                               Copertina di Alberto Martini

Il mondo di Giovanni Bertacchi è un libro in progress che si abbina on line a Giovanni Bertacchi Libroweb. E che come quest’ultimo troverà la sua necessaria sistemazione in una antologia su carta stampata. Qui compariranno aspetti, normalmente chiamati peritesto, e cioè immagini, documenti, curiosità, foto che riguardano il poeta del Canzoniere delle Alpi. A corredo della sua produzione poetica ed anche a testimonianza di come, a Chiavenna e in Valtellina, anche grazie alla scuola, il poeta viene ricordato e divulgato inventando uan sorta di manualistica regionale. Necessaria per conoscere la letteratura italiana come già auspicava Dionisotti. Claudio Di Scalzo discalzo@alice.it


IL POETA DELLE ALPI E IL PITTORE DANDY

Giovanni Bertacchi ebbe un fruttuoso rapporto con l’editoria, almeno fino a quando il fascismo e le sue strategie di controllo totalitario non imposero diversamente, e ne è testimonianza la copertina de Le malie del passato (1905): il racconto in versi del poeta è disegnata dai uno dei maggiori incisori e pittori italiani del simbolismo europeo: Alberto Martini. Che avrà anche una pregevole carriera come pittore echeggiante, in anticipo, tematiche surrealiste. Sembra che Martini venisse in visita spesso al Palazzo Vertemate. Ecco, un capitolo da ricostruire sarebbe questo: Martini in Valchiavenna e magari i suoi rapporti con Bertacchi se ci furono o se l’illustrazione fu un’idea semplicemente dell’editore.



Alberto Martini (Treviso 1876 - Milano 1954). Incisore e pittore. Determinante lo studio di Dürer. La sua grafica: disegno, incisione, ex-libris, illustrazioni, ebbe il momento di maggior fama quando essa si riversò nel rapporto con I racconti Straordinari di Edgar allan Poe, (1905-1908). E con le Feste Galanti del poeta francese Verlaine, (1911). Il mondo di Martini era assolutamente legato alla stagione simbolista e decadente. Nelle sue opere compare sempre il misterioso e l’ambiguità del reale. Anche la copertina rimanda a questa vocazione. Rendendo decadente quanto invece, nei versi di Bertacchi, è vocazione semplicemente malinconica e umanitaria. Nel 1928 Arturo Martini si trasferì a Parigi. Frequenterà gli artisti legati a Breton ma non aderirà al movimento surrealista. Nel 1934 ritornò a Milano e qui visse appartato fino alla morte.



                                                                                    Alberto Martini: Autoritratto




   

giovedì 6 maggio 2010

GIOVANNI BERTACCHI LIBROWEB 9: Percy, l’anima italica e il Pantheon del futuro.



                                                              Cimitero Acattolico di Roma




GIOVANNI BERTACCHI


LIBRO-WEB 9


Il poeta chiavennasco raccontò su La grande illustrazione d’Italia come si era messo sulle tracce dei “grandi poeti stranieri”, facendo una specie di Grand Tour che imponeva l’amore per i poeti letti e studiati, in questo caso i romantici inglesi, e una specie di calco da riproporre ai lettori composto di giornalismo culturale, si direbbe oggi, e di geografia delle idee. Claudio Di Scalzo


PERCY, L’ANIMA ITALICA E IL PANTHEON FUTURO

Del resto, più che da mala disposizione di Shelley, i suoi giudizi sul popolo italiano erano dettati da una ragione d’amore. L’Italia è così, perché schiava. I veneziani sono vittime delle orde austriache, da cui è oppresso questo miserabile popolo non più vivo, ma immerso in un sogno pieno d’angoscia e di oscuro terrore; in Roma la vita di trecento prigionieri in ceppi che estirpano le erbacce di Piazza San Pietro gli dà l’immagine del servaggio d’Italia. Venuto nel paradiso degli esuli e dei paria, esule e paria egli stesso, egli sapeva di incontrare dei fratelli di miseria e di esilio nei figli medesimi di questa terra e sentiva, in fondo al cuore, di amarli. Non appena il fremito della libertà, nel ’20, comincia a correre le contrade d’Europa e anche il mezzogiorno d’Italia ne è preso, egli, sperando vederlo comunicato alla sua lontana Inghilterra lo traduce nelle due odi solenni a Napoli e alla Libertà, suscitando nel canto le città italiche, belle e fiere come amazzoni, ciascuna con la grandezza sua: «Dalle isole tutto in su fino alla Alpi gelide, l’eterna Italia riscuotesi. Il mare onde son lastricate le solitarie vie di Venezia ride di luce e musica. Genova fatta vedova, pallida, al lume di luna sillaba gli epitaffi dei propri antenati, mormorando: - Ov’è Doria? – La bella Milano nelle cui vene lungo tempo corse – paralizzante – il velen della vipera, alza il tallone per schiacciar la sua testo... Firenze, sotto il sole, delle città la più bella, ha il volto soffuso di porpora per la speranza della Libertà...». È l’avvento, per allora immaturo, della patria mostra, al cui nome il poeta canta così: «Ciò che il sorger del sole è per la notte, ciò che il vento del nord è per le nubi, come l’ardente foga con cui il terremoto, passando, fa rovinar montane solitudini – eterna Italia! – quelle tue speranze e quei timori tuoi siano per te!».


* * *


Chiameremo noi col solo nome di ospite questo straniero che, giunto da poco fra noi si accampa con palpito così fraterno sulla soglia del nostro risorgimento? Nulla egli trascurò di quanto potesse introdurlo nel secreto dell’anima italica. Si avvolse inorridito negli anditi bui dei Piombi e di Sant’Anna, ove rivisse la passione del Tasso; si inebriò nelle tele del Correggio, di Raffaello, del Rosa; dalla Beatrice Cenci attribuita al Reni trasse ispirazione alla sua più profonda tragedia, che è la tragedia di una età e di una società italiana; non parve apprezzare degnamente nelle Sistina gli affreschi di Michelangelo che Camillo Boito definì “una tempesta del Bello”, ma sulla Medusa leonardesca scrisse versi di una potenza sinistra, simili ad altri suoi dai quali, per entro gli elisi eterei delle più delicate visioni, irrompono a tratti fasci di tenebre solcati dai lampi del Terrore e della Desolazione.
Nato anglo-sassone, possedette fin nelle sue grazie più occulte l’idioma d’Italia; penetrò a pieno nelle non facili intimità della poesia petrarchesca e ne svolse i Trionfi, innovandoli, sublimandoli in quel Trionfo della vita sulle cui vette egli salì per valicar nell’eterno. Avverso a ogni culto o dogma, ci insegnò una preghiera nuova, leggendo il Paradiso dantesco nella penombra del duomo di Milano; ripigliati i motivi del Convivio e della Vita Nuova, austeri di fredde astrattezze, pervasi di mistici sgomenti, irraggiati d’un riflesso un po’ pallido di ignote albe sideree, vi immise una più calda passione di vita, li rincolorò di tutte le tinte del creato, li rinutrì delle linfe dei sensi, perseguiti, blanditi, svolti l’uno dall’altro e l’uno all’altro intrecciati, dal colore al profumo al suono, in un processo continuante e cangevole, fin che essa, la parola, sembra venir meno sui cigli dell’infinito.
Certo lo spirito di Dante visitò per tempo il cuore di questo estatico aedo, che riconobbe la terra per salutarla dall’alto e in ogni donna vide un’Idea che lo congiungesse all’universo... «C’era un giovane – scrive egli stesso, in italiano – il quale viaggiava per paesi lontani, cercando per il mondo una donna, della quale esso fu innamorato». Nessuna patria terrena ospitava la donna anelata da lui: ma, di tutte le contrade, questa a cui egli venne per morire era la più vicina al suo sogno.
Per morire, per rinascere.
Se un giorno Roma erigerà un Pantheon al ricordo dei grandi Figli adottivi che ci amplificarono l’Italia, Percy darà fra gli eletti. Il verso di Enotrio nostro esalterà nel marmo l’effige del titano virgineo e i maggi latini rinnoveranno un loro tributo di rose al poeta del mondo liberato e della Favola eterna...


da La grande illustrazione d’Italia, settembre 1924



    

GIOVANNI BERTACCHI LIBROWEB: 8° capitolo. Chiavenna in cartolina

Giovanni Bertacchi svolse un’ampia attività di divulgatore delle bellezze di Chiavenna donando versi per didascalie a cartoline e per illustrare pagine di riviste dedicate al turismo. La lettera che pubblichiamo ne è una testimonianza. Se poi i lettori-navigatori e i custodi di memorie bertacchiane volessero aggiungere a questi versi le relative cartoline, come curatore di questo Libroweb, sarei lieto di ospitare tali immagini.



 
                                                                   Chiavenna sulla Mera


BERTACCHI E LE DIDASCALIE PER CARTOLINE DI CHIAVENNA


Chiavenna, 15 dicembre 1933

Carissimo,
ti accludo la tiritera calista. Se si deve leggere,
bisogna farne parecchie prove. = Vorrei poi pregarti di trascrivermi a
macchina, senza firma, le strofette seguenti e di rinviarmele con l’originale.
Grazie di tutto
tuo Giovanni


= Per la veduta di Chiavenna incorniciata dalla pianta:

Tutta la culla delle tue memorie,
buon Chiavennasci,di quassù si vede,
incoronata dal gran ramo arboreo
che si marca su lei come una fede.


= Per il sagrato in cui campeggia il campanile:

Sindaci ed arcipreti in serie antica
si successer nell’umile città.
Ei sol rimane; e par che benedica
ogni fede,ogni usanza ed ogni età.


= Per la veduta dello scoglio con birreria sul Mera

Scoglio e terrazzo ove sognai le prime
mie fantasie tra i cantici dell’onda,
e dove mi mescea la birra bionda
una musa gentil che non è più.


= Per la veduta del così detto cortile romano:

Di qual tempo mai sia questo cortile
non t’importi saper, visitatore:
alle case degli uomini lo stile
vien dai ricordi che v’aggiunge il cuore.


= Per la veduta complessiva del Borgo:

Fissa,Posina,il borgo mio paterno,
qual negli anni lo vidi e ognor l’amai,
prima che giunga il picconiere odierno
e in quattro colpi me lo butti giù.



  

GIOVANNI BERTACCHI LIBROWEB: 7° capitolo. Scritti di viaggio su Shelley




                                                                     Percy Bisshe Shelley
 


Scritti di viaggio su Shelley

Il poeta negli anni venti, inaugura una serie di viaggi sulle orme dei grandi poeti stralklusnieri che visitarono e scrissero sull'Italia e in Italia. Bertacchi di fatto inventa un Gran Tour calcato su altre tracce, anche poetiche, e di suo ci mette il piglio giornalistico e la sua ben nota enfasi. Un enfatista in viaggio? Sembrerebbe di sì. La sua predilizione va ai poeti romantici, Shelley su tutti. Lo Shelley dal destino di annegato ritrovato sulla spiaggia di Viareggio e lì bruciato su di una pira dall'amico Byron e dalla moglie Mary che ne ha salvato il cuore in una teca di cristallo. Lo Shelley che alla delicatezza univa una viva passione laica e libertaria. Alcuni dicono anarcoide.
Quanto qui compare è la parte finale di un articolo-saggio comparso su La grande illustrazione d'Italia nel 1924.
La parte più ampia è presente nell'annuario di Tellus, il 27, Dalla Torre pendente alle Alpi, con il titolo emblematico di "Un alpino a Viareggio" anche se nel suo "viaggio" Bertacchi racconta Shelley pure a Pisa e sul Serchio.

Percy Shelley, l'anima italica e il Pantheon futuro
Del resto, più che da mala disposizione di Shelley, i suoi giudizi sul popolo italiano erano dettati da una ragione d’amore. L’Italia è così, perché schiava. I veneziani sono vittime delle orde austriache, da cui è oppresso questo miserabile popolo non più vivo, ma immerso in un sogno pieno d’angoscia e di oscuro terrore; in Roma la vita di trecento prigionieri in ceppi che estirpano le erbacce di Piazza San Pietro gli dà l’immagine del servaggio d’Italia. Venuto nel paradiso degli esuli e dei paria, esule e paria egli stesso, egli sapeva di incontrare dei fratelli di miseria e di esilio nei figli medesimi di questa terra e sentiva, in fondo al cuore, di amarli. Non appena il fremito della libertà, nel ’20, comincia a correre le contrade d’Europa e anche il mezzogiorno d’Italia ne è preso, egli, sperando vederlo comunicato alla sua lontana Inghilterra lo traduce nelle due odi solenni a Napoli e alla Libertà, suscitando nel canto le città italiche, belle e fiere come amazzoni, ciascuna con la grandezza sua: “Dalle isole tutto in su fino alla Alpi gelide, l’eterna Italia riscutesi. Il mare onde son lastricate le solitarie vie di Venezia ride di luce e musica. Genova fatta vedova, pallida, al lume di luna sillaba gli epitaffi dei propri antenati, mormorando: - Ov’è Doria? – La bella Milano nelle cui vene lungo tempo corse – paralizzante – il velen della vipera, alza il tallone per schiacciar la sua testo... Firenze, sotto il sole, delle città la più bella, ha il volto soffuso di porpora per la speranza della Libertà...” E’ l’avvento, per allora immaturo, della patria mostra, al cui nome il poeta canta così: “Ciò che il sorger del sole è per la notte, ciò che il vento del nord è per le nubi, come l’ardente foga con cui il terremoto, passando, fa rovinar montane solitudini – eterna Italia! – quelle tue speranze e quei timori tuoi siano per te!”.
* * *
Chiameremo noi col solo nome di ospite questo straniero che, giunto da poco fra noi si accampa con palpito così fraterno sulla soglia del nostro risorgimento? Nulla egli trascurò di quanto potesse introdurlo nel secreto dell’anima italica. Si avvolse inorridito negli anditi bui dei Piombi e di Sant’Anna, ove rivisse la passione del Tasso; si inebriò nelle tele del Correggio, di Raffaello, del Rosa; dalla Beatrice Cenci attribuita al Reni trasse ispirazione alla sua più profonda tragedia, che è la tragedia di una età e di una società italiana; non parve apprezzare degnamente nelle Sistina gli affreschi di Michelangelo che Camillo Boito definì “una tempesta del Bello”, ma sulla Medusa leonardesca scrisse versi di una potenza sinistra, simili ad altri suoi dai quali, per entro gli elisi eterei delle più delicate visioni, irrompono a tratti fasci di tenebre solcati dai lampi del Terrore e della Desolazione.
Nato anglo-sassone, possedette fin nelle sue grazie più occulte l’idioma d’Italia; penetrò a pieno nelle non facili intimità della poesia petrarchesca e ne svolse i Trionfi, innovandoli, sublimandoli in quel Trionfo della vita sulle cui vette egli salì per valicar nell’eterno. Avverso a ogni culto o dogma, ci insegnò una preghiera nuova, leggendo il Paradiso dantesco nella penombra del duomo di Milano; ripigliati i motivi del Convivio e della Vita Nuova, austeri di fredde astrattezze, pervasi di mistici sgomenti, irraggiati d’un riflesso un po’ pallido di ignote albe sideree, vi immise una più calda passione di vita, li rincolorò di tutte le tinte del creato, li rinutrì delle linfe dei sensi, perseguiti, blanditi, svolti l’uno dall’altro e l’uno all’altro intrecciati, dal colore al profumo al suono, in un processo continuante e cangevole, fin che essa, la parola, sembra venir meno sui cigli dell’infinito.
Certo lo spirito di Dante visitò per tempo il cuore di questo estatico aedo, che riconobbe la terra per salutarla dall’alto e in ogni donna vide un’Idea che lo congiungesse all’universo... “C’era un giovane – scrive egli stesso, in italiano – il quale viaggiava per paesi lontani, cercando per il mondo una donna, della quale esso fu innamorato”. Nessuna patria terrena ospitava la donna anelata da lui: ma, di tutte le contrade, questa a cui egli venne per morire era la più vicina al suo sogno.
Per morire, per rinascere.
Se un giorno Roma erigerà un Pantheon al ricordo dei grandi Figli adottivi che ci amplificarono l’Italia, Percy darà fra gli eletti. Il verso di Enotrio nostro esalterà nel marmo l’effige del titano virgineo e i maggi latini rinnoveranno un loro tributo di rose al poeta del mondo liberato e della Favola eterna...

                                                              Giovanni Bertacchi

”L’Italia nei ricordi dei grandi poeti stranieri, Percy Bisshe Shelley”
da La grande illustrazione d’Italia, settembre 1924