domenica 1 febbraio 2015

GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 15: "Bertacchi il socialista" piccola antologia cura di Claudio Di Scalzo






LIBRO-WEB 15

(a cura di claudio Di Scalzo)
BERTACCHI IL SOCIALISTA

dai POEMETTI LIRICI 
poesie dedicate al movimento proletario e socialista


SERA DI PRIMO MAGGIO

Passa la storia; io sento
ne’ silenzî del tempo
un divenire infaticato e lento;
murmure di fiumana che non sai dove va.

Io guardo fuori, al piano
e veggo in fondo al cielo
un paese di nuvole lontano.
saran procelle od iridi che romperai di là?





 LA CALMA FORZA NOVELLA

Noi non abbiam bisogno di sognare il futuro.
A noi basta il diffuso, calmo, reale avvento
che si compie ogni giorno. Questo moto sicuro
è storia ed è poema in ogni suo momento.

In un tempio germanico grande, semplice, puro,
che Marx eresse alle aure d’un bel rinascimento,
dorme, tra i vaghi albori del secolo venturo,
la vecchia, ingenua musa dell’odio e del lamento.

La vita che perdona, perché tutto comprende,
forse nel male ha posto scopo e ragion pel bene:
è buona guerra questa che l’età nostra imprende.

Giovine forza armata d’opera e di pensiero,
contro l’ordine antico l’ordine nostro viene.
Più che un fulmine d’odio vale un lampo di vero.






    RITORNO DI OPERAIE

Discendevan così, meste e soavi,
dopo il lavoro, per la strada aprica,
cantando una speranza
di redenta fatica:

Stanche sorelle, siamo noi le schiere
bene avviate ad un’età più bella?
La potrem noi vedere
l’attesa era novella?

Ma se pur cessi la fatica e resti
in serene armonie solo il lavoro,
tornerà sempre al mondo
quell’accorato coro.

Nei vesperi laggiù dell’avvenire,
sul ciglio delle verdi umide culle,
vedo ricomparire
un gruppo di fanciulle

che canta a piena gola e con gli sguardi
annegati nel cielo, ed ha nel canto
l’eterna, appassionata
giovinezza del pianto.

Presso i cespugli, sulla via fiorita
Rinascerà, spasimo eterno, amore;
biancospin della vita
rifiorirà il dolore.     


         


GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 14: "Il sacro del positivista" piccola antologia cura di Claudio Di Scalzo






dal CANZONIERE DELLE ALPI, 1895


Campana alpestre

O tu che gemi nel silenzio immenso
patetica armonia che non hai senso,
e dici tante cose,

chiedi tu forse all’aria umida e muta
la canzon degli uccelli e la perduta
fragranza delle rose?

Ridici forse teneri misteri
di lontane memorie a’ cimiteri
del piano e del pendio,

o forse annunzi desolatamente
alla volta de’ cieli indifferente
il tramonto di Dio?



Campane all’alba

I

Fu lei, la bella chiesa là presso al cimitero,
che stamattina all’alba mi diede il ben venuto:
oh, dolce meraviglia del riscosso pensiero
quel riudir dai vecchi bronzi il fedel saluto!

Dei mal ridesti sensi nel crepuscolo muto,
gli affetti, le memorie, le immagini del vero
paion venir da un sogno del bel mondo perduto,
d’un sogno hanno le intense dolcezze ed il mistero.

Squillavan le campane: dal patetico suono
pioveva un’onda all’anima d’indicibili moti,
uscia lenta una fuga di ricordi remoti.

L’irreparabil tempo, lo scorato abbandono
di tanti affetti, il vago desio d’un bene incerto
gemea nell’ora dolce, nel silenzio deserto.

II

Diceano i vecchi bronzi: - Nel crepuscol del giorno,
sempre così cantiamo la nostra avemaria:
noi siam l’amico genio dell’Alpe tua natia;
sia benedetto, o povero fanciullo, il tuo ritorno.

Odi? Al richiamo deste, dalle montagne intorno,
rispondon le romite chiese per l’alba pia:
noi siam della tua valle l’antica poesia…
Sia benedetto, o povero fanciullo, il tuo ritorno.

Sapessi come è bello quassù l’inverno! Al cielo
terso le calme effondonsi perennemente chiare:
biancheggian di recenti nevi i balzi dirotti.

Vieni dell’Alpe ai brevi soli, alle pure notti
de’ verni tuoi: la bianca immensità nel velo
de’ suoi vapori accolga le tue larve più care.






Chiesetta alpina

O di quiete mistica dimora,
tu nello spazio abbandonata stai;
non voto umano; solo omaggio avrai
le intatte nevi e l’aromata flora.

Qui ne l’immensità perdesti l’ora
vana; ma sempre tu la sentirai
La dolce fede che non passa mai,
l’aura che dalle cose alma vapora.

Oh, nella solitudine infinita,
mesto esilio dell’anime! – All’incanto
muto dei cieli, alta sul mondo e sola

piange una squilla, arcana eco, parola
d’ineffabil promessa e di rimpianto
che geme nella vita… oltre la vita…





Cimitero

Là smarrito del cielo in su lo sfondo,
dal solitario culmine montano
accenna forse all’orizzonte arcano
d’in ignoto di là, d’un altro mondo.

Tornan dal pio terren gli atomi al sano
aere, di forme agitator fecondo:
ma il torrente là giù, dal cupo fondo,
canta alla morte, al desolato Invano.

Narra il breve recinto umili storie
d’affetti e dolor; di sulle glebe
parlano al vento l’umili memorie.

Là nei funebri dì la fede sale
come un lamento: una deserta plebe
chiama dal monte all’ultimo ideale.







da POEMETTI LIRICI, 1898


Dalla terra al cielo

Una volta dall’organo di chiesa
guardai la turba dei fedeli: - Ognuno
di quei raccolti cuori
portò qua dentro assai piccola cosa;
umili affetti ed umili dolori,
qualche suo dolce morto,
o qualche suo lontano,
e ne domanda qui pace e conforto
nelle lente armonie di un rito arcano.

Pur nella turba dei raccolti cuori
nasce una cosa immensa.
Laggiù si prega per gli affanni umani;
ma il canto dei ricordi e delle pene,
delle modeste e ignote ansie terrene,
batte, salendo, per l’inconsolata
vòlta dei muti cieli,
si propaga in remota eco di aneli
singhiozzi, e di promesse, e di desìo.
E l’eco umana si tramuta in Dio. –




NOTA


GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 13: "Pensiero di migrante" - A cura di Claudio Di Scalzo


Italiani ad Ellis islands




GIOVANNI BERTACCHI

Libro-Web 13

PENSIERO DI EMIGRANTE

(da "A Fior di silenzio")

Qual nelle fiabe provvida bambina,
che il mago strappa al suo natal soggiorno,
lascia dietro di sé grano o farina
che le segni per la via pel buon ritorno,

io semino partendo, a quando a quando,
petali di memorie in su la via,
ond'io ti possa ritrovar, tornando,
pel vastissimo mondo, o casa mia!




Emigranti italiani in partenza per il Sudamerica



COMMENTO E PARAFRASI


Giovanni Bertacchi, sentendosi emigrante, certamente influenzato dal fenomeno sociale dell'emigrazione, già cantato da Giovanni Pascoli nei "Poemetti", ricordando i suoi viaggi di "pellegrino" per il Touring Club (nessun poeta ha viaggiato quanto Bertacchi in epoca giolittiana e negli anni venti, e non viene mai ricordato. Gli altri poeti non uscivan d'Italia oppure si recavano soltanto a Parigi. Non certo ad Istambul! o in Grecia) in questa raccolta che risente del clima simbolista-crepuscolare, traspone la sua figura di poeta nel ruolo di colui che nomade, emigrante, disperso, semina versi-mollica di pane-petali col fine di offrire traccia di sé, biografia e poetica, accettando la bellezza e potenza del vasto mondo. Ove la poesia, in senso cosmopolita e socialista, ha casa.




Pensiero di emigrante (da "A fior di silenzio", edizione Baldini e Castoldi, Milano) - la breve lirica è costruita, come affermato sopra, con lirica grazia sul mondo favolistico (che nobilita ma edulcora l'emigrazione: e ciò accade sempre col simbolismo-decadentismo, anche in Pascoli) dove il personaggio-bimbo (il poeta in senso pascoliano è un Fanciullino accorto e a volte sventato) semina mollica-grano-sassolini per poi vederseli mangiare-nascondere dagli animali del bosco, dai volatili, incorrendo nel pericolo dell'Orco che lo cattura lo rincorre lo ostacola. Ovviamente l'Orco può essere il tempo che passa che rincorre i tasselli della vita poetica di Bertacchi e inghiottendoli li cancella, ed il bimbo-poeta-Bertacchi ancora ne semina. Inesausto. La "dispersione" di chicchi di grano-poesia per consentire un ritorno in filigrana propone anche la figura dell'esiliato che medita e anela il ritorno in "patria", nella piccola patria, heimat, alpina... coriandolo nel vasto mondo. Ma tanto amata.   



GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 12: "Riflessi di orizzonti" - A cura di Claudio Di Scalzo







GIOVANNI BERTACCHI

Libro-Web 12

RIFLESSI DI ORIZZONTI


Basiliche di nubi
costruite dal vento; aeriformi
gioghi; tempeste immote ove si addensa
un contenuto mugolio di tuoni;
come chi passa sotto i vostri nembi
avvicinati in imminenze enormi,
io vo sui lembi
d'una inespressa mia opera immensa.

Dai grembi della vita
nasce il poema, come voi dai mari;
si riverbera a me dal vivo sfondo
degli orizzonti in cui l'anima indugia,
quando si fa più dolorosa o truce
quaggiù la storia ed oltre quei velari
di colorata luce
si compie qualche grande ora nel mondo.






COMMENTO E PARAFRASI


Questa poesia, come PROEMIO apre la raccolta RIFLESSI D'ORIZZONTI pubblicata da Giovanni Bertacchi nel 1921. L'intensità delle immagini e la duttilità ritmica testimoniano il rinnovamento operato dal poeta nel suo versificare, o quantomeno il tentativo di accostarsi alle nuove modulazioni simboliche, che poi si sarebbero dette ermetiche, che andavano diffondendosi. Ma la modellazione orfica del proprio io, il biografismo poetico, non è nelle corde di Giovanni Bertacchi, pertanto ancora si ricollega ai fenomeni naturali, li descrive li accenna li disegna quasi, e soltanto all'interno di questo grembo o molteplici "grembi della vita" la poesia può avere una genesi e un ruolo adatto a servire l'umanità e l'evoluzione verso il bello. L'antico socialista ancora nutre fiducia nell'epica suggerita dalla storia all'estetica, alla poesia, alla missione della letteratura. Il ripiegamento para-crepuscolare presente in "A fior di silenzio" è, in questo proemio-Riflessi di orizzonti, messo in sordina. Bertacchi tenta di innovarsi dentro la "sua" tradizione, che deve molto all'ottocento, e per questo, rispetto alle raccolte del tempo, pubblicate da altri poeti, è strepitosamente "inattuale". 

"Basiliche di nubi" - Le immagini stupefatte e fantasmagoriche, ispirate dalla nubi (sulle montagne, sul paesaggio), rimandano anche al Pascoli però quelle basiliche aeree sono pure una novità orfico-ermetica per un paesaggio stato-d'animo oramai poco solido e preda di ogni mutamento. 

"Come chi passa" - Il poeta confessa a se stesso che il suo cammino poetico, ed umano, sta nel lambire un'opera inespressa, che non si realizzerà. C'è il desiderio di dire e vivere tutto, però il poeta viandante si muove sotto il dominio instabile dei suoi progetti ed essi come nembi si sfrangiano si manifestano illusori. 

"Dai grembi della vita / nasce il poema" - la poesia, o meglio il poema, la narrazione in versi, l'epica che può cantare l'umanità del singolo e delle masse, nasce dai vari "grembi della vita" nel suo manifestarsi nella storia e nelle singole biografie affidate al tempo; un po' come le basiliche di nubi nascono dai vapori della terra e del mare.

"Si riverbera a me..." - La poesia (o meglio il poeta che l'organizza in testualità) riflette, rispecchia la realtà della vita, nesi suoi momenti di accesa tensione, quando cioè la storia (umana) presenta, manifesta, le stagioni della tragedia e della complessità. La poesia come rispecchiamento dell'azione dell'uomo è prettamente di origine marxiana, il tono della versificazione che propende all'oratoria (a volte carducciana) è inevitabile per l'impegno in poesia di un uomo formatosi nel Positivismo, e questo dualismo, senza equilibrio, è la cifra dell'ultimo Bertacchi.    




GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 11: "Scendendo la via dietro un placido gregge" - A cura di Claudio Di Scalzo


Giovanni Segantini - "Pascoli alpini"




GIOVANNI BERTACCHI

Libro-Web 11

SCENDENDO LA VIA DIETRO UN PLACIDO GREGGE

Calano al piano dai ridenti Andossi,
dalle conche pasciute in Val di Lei,
dietro un lento squillar di bronzi mossi.

Cantilena più mesta io non potei
trovar nel mondo, sul cui metro ondeggi
la tacita armonia de' sogni miei.

Oh, misurar la vita in su le leggi
dell'erbe e degli armenti; andar le belle
notti, seguendo un tintinnio di greggi;

salutare ogni dì forme novelle
d'ingenua vita; uscir della memoria
di ciò che fui; richiedere alle stelle

l'antico Iddio; l'avara arte e la gloria
travagliata depor, lento, dal cuore;
dimenticar degli uomini la storia,

fino a trovarmi semplice pastore!







COMMENTO E PARAFRASI

Questa poesia compare nella raccolta "A fior di silenzio, pubblicata nel 1912. In questi versi si avvertono echi della tempèrie crepuscolare quando il poeta s'immagina in fuga dal mestiere di poeta per diventare un semplice pastore. Di stampo prettamente bertacchiano è invece la trasfigurazione della condizione naturalista, di uomini ed animali e paesaggio, in una aura di raccoglimento simbolica che poggia sul sogno, sulla malinconia, sullo straniamento. Si potrebbe quasi accostare l'evoluzione della poesia di Bertacchi a quanto aveva compiuto, in pittura, un decennio e più prima Giovanni Segantini, passando dal naturalismo pittorico al simbolismo alpino.  


"Calano al piano"... - I pastori scendono verso la pianura dai ridenti pascoli dell'altopiano Andossi. "Andossi è un altopiano a sera e a monte di Madesimo. E' di natura morenica, ricco di edelweiss e di pascoli" (Ettore Mazzali)

"Conche pasciute" - Valli ricche di pascoli. Due soli aggettivi, ridenti e pasciute, sono sufficienti a Giovanni Bertacchi per suggerire l'immagine di uno dei paesaggi più stupendi dello Spluga e della Valchiavenna.

"Bronzi mossi" - Sono le campanelle di bronzo appese dai pastori al collo delle pecore.

"Cantilena più mesta" - Quel tintinnio monotono e cadenzato suggerisce nell'animo del poeta una musica da cantilena che lo affascina e a cui si a abbandona perché possa cullarsi nella silenziosa armonia dei suoi sogni. La biografia, anche tormentata di Bertacchi, negli amori nella politica nell'insegnamento padovano, nutre questo suo "naufragar", anche leopardiano, nel suono pastorale.

"Oh misurar..." - Il poeta vaticina per sé il mestiere di pastore per fuggire dalla letteratura (un po' malattia un po' distacco dal vero per dirla con Gozzano) e per tornare ad un contatto primigenio, del tutto immediato, con la natura, le sue leggi, gli stagionali eventi. Questo "ritorno" al codice naturalistico del vissuto era anche una sorta di moda ad inizio secolo, tra i letterati, però Giovanni Bertacchi, per le sue origini popolari, per il legame con la valle mai filtrato da intellettualismi, è probabilmente uno dei poeti, in questa attitudine al naturale, tra i più sinceri. 

"Uscir della memoria / di ciò che fui" - Esplicita dichiarazione d'un pressante desiderio di abbandonare il ruolo di poeta per addivenire a quello di pastore, però in una sorta di virtuosa metamorfosi dalla Cultura alla natura. E qui si avvertono gli influssi di certo pensiero tedesco che a fine ottocento furoreggiava anche per il messaggio (di quanto di esso circolava italianizzato) dell'uomo di Sils Maria in quel d'Engadina: Friedrich Nietzsche. 

"Lento" - lentamente

"Dimenticar degli uomini la storia" - La storia, al positivista e marxista e mazziniano Bertacchi, in epoca giolittiana, nel novecento caotico, non offre più il bandolo interpretativo, un'intravista destinazione,... e pertanto, perché non fuggirne?    





martedì 17 giugno 2014

Giovanni Bertacchi: PERENNEM IN MEMORIAM - A Filippo Turati - Cura di Claudio Di Scalzo - LIBROWEB 10


Giovanni Bertacchi Fumetto - CDS - 17 giugno 2014




Giovanni Bertacchi

PERENNEM IN MEMORIAM

                                                      a Filippo Turati


                            Io t’alzo di lontano
                            un sepolcro di canto, che trasmigri
                            per lo spazio e pel tempo ovunque chiami
                            un credente o un esule: raccolte

                            sui tuoi sonni, o fratello
                            morto pel mondo senza focolare,
                            come nel tempio immagini votive,
                            vigilano le tue fedi più care.

                            Tua madre, che ti vide
                            moltiplicato in fratellanze ignote,
                            e rassegnata alle deserte attese,
                            benedisse la tua colpa ribelle;

                            l’Italia onde chiudesti
                            in tua rinuncia, le malìe nel cuore,
                            sommovendone il suolo in un tumulto
                            nudo di glebe, per più sante flore;

                            la rude ardua fatica,
                            balzante, al tocco della tua parola,
                            dalle fonde assemblee, di contro il cielo,
                            tese le braccia al suo futuro; il grande

                            sogno fraterno, volo
                            d’arcangelo che per gli spazi va,
                            adeguando le Patrie ispide e chiuse
                            nei panorami della Umanità.

                            Oh il lembo onde quel sogno
                            parve lambire i popoli, fu come
                            la zona ove la terra incontra il cielo,
                            che si dilunga più quanto più vai.

                            La tua parola ardente,
                            percossi i petti in un impeto muto
                            di passione, valicò dai piani,
                            ai pallidi nevai dell’incompiuto.

                            Pur l’opera perduta,
                            oltre chi visse, in semine fidenti;
                            e, dopo l’inno che passò squillando,
                            il silenzio è un brusìo d’anime… In voi

                            morti lontano, il sogno
                            fraterno diventò verbo errabondo;
                            le patrie dalla cerchia ispida e chiusa
                            si dilatano in voi, morti pel mondo.

                            Esule! Un vento grigio
                            spira tra brividii d’erbe dai bassi
                            piani del Po, corruga i laghi, increspa
                            le groppe ai monti e cerca il Nord. Si esilia

                            verso di te la patria
                            lombarda; il verbo in che pugnasti tu,
                            come il Sigfrido dei poeti, occulto
                            passa in quel vento; né s’arresta più.

                            dalle “Poesie sparse”





GIOVANNI BERTACCHI PER FILIPPO TURATI

La poesia di Giovanni Bertacchi è dedicata al socialista Filippo Turati. Morto nel 1932. Il politico fu tra i fondatori del PSI, nel 1892. Il partito dei lavoratori italiani. Nell’epoca giolittiana ebbe posizioni anche dialoganti con Giolitti evitando le posizioni massimaliste (cioè annunciare e tentare, anche in modo velleitario, la rivoluzione. Alcuni storici ritengono questa prassi suicida perché né ampliò il socialismo e scatenò la reazione fascista vincente) di altri esponenti. Nel 1922 venne espulso dal PSI per moderatismo. E fondò il PSU. Quello a cui aderì Giacomo Matteotti poi ucciso dagli squadristi. Fugge dalla dittatura riparando in Corsica. Qui pubblica fogli antifascisti. E si adopra, con Pietro Nenni, per la riunificazione del PSI. Alla sua morte Giovanni Bertacchi che è socialista ma che guarda al socialismo che non intende imitare la Rivoluzione bolscevica dei comunisti di Lenin né tantomeno la sua prosecuzione con Stalin, dedica a Turati una commossa, ma anche enfatica elegia poetica.
“Perennem in Memoriam” appare in “Altre poesie”, nell’edizione dell’opera completa in versi, del 1964, a cura di Francesco Flora. E’ stata poi ripubblicata, in un gruppo di poesie, con il titolo “Bertacchi il socialista”, dai “Poemetti lirici”, nell’annuario Tellus: “Vite con ribellioni, rinomate e sconosciute”, nel 2004, a cura di Claudio Di Scalzo







PERENNEM IN MEMORIAM, PERENNE IN MEMORIA

Io poeta elevo verso te, da lontano, un sepolcro di versi che confido ti raggiunga valicando lo spazio e il tempo e ovunque serva a dar notizia del tuo messaggio ai credenti nel socialismo e agli esuli per antifascismo.
Nel canto mio, nel sepolcro di parole, poso immagini che ti furono care del socialismo e delle sue lotte. Per te Filippo Turati che sei morto lontano dalla patria, dalla tua terra, dalla tua casa, dal tuo focolare.
Tua madre che ti vide impegnato nel cercar fratellanze in ogni umile e ignoto lavoratore e oppresso, anche sapendo di non poterti più riabbracciare, benedisse la tua scelta che ti teneva lontano da lei.
L’Italia stessa schiava della violenza fascista, che nonostante la persecuzione portavi nel cuore, con particolare amore verso le grandi masse di lavoratori oppressi, la cui voce avevi tante volte ascoltato in assemblee e scioperi, tendeva verso te le mani dicendoti che il sogno di una fraternità socialista non era scomparso, che ancora resisteva questo disegno di Umanità da compiere.
Il sogno del Socialismo, di una uguaglianza tra le genti e i popoli, dove tutti hanno di che vivere  in pace, fu, per te, come la zona dove la terra incontra il cielo nell’orizzonte e che si allontana quanto più cerchi di raggiungerla.
La tua parola ardente e infuocata, percuoteva i petti degli italiani giusti e nel mutismo imposto dalla dittatura li faceva ardere, e li raggiungeva dal tuo esilio, valicando le montagne innevate e le pianure, e diceva che quanto non era stato compiuto nella giustizia sociale prima o poi lo sarebbe stato. Nel tuo nome di socialista. Nel nome di Filippo Turati.
L’opera del socialismo è semina che confida nel futuro, sia quando squilla l’inno dei lavoratori sia quando è costretto al silenzio, perché diventa un brusio sommesso di anime amiche. E chi muore lontano per antifascismo, dall’Italia, tanti assieme a te Filippo Turati, questo seme nomade racchiude il verbo umanitario e sociale che cresce e vagando nel mondo si rafforza.
Esule Filippo Turati. Morto solitario e lontano. Oggi un brivido di dolore attraversa le pianure del Po, increspa i laghi, valica le montagne e si esilia, si spinge via dall’Italia verso di te con tutta la patria lombarda. Sede del socialismo più tenace. E i tuoi ideali, il tuo verbo socialista che tanto diffondesti, come raccolto da un Sigfrido dei poeti, ti raggiunge, e non s’arresterà più. 

        

domenica 20 ottobre 2013

Claudio Di Scalzo: Giovanni Bertacchi su L'ORDINE di Pietro Berra





Claudio Di Scalzo

Sul quotidiano LA PROVINCIA DI SONDRIO, domenica 20 ottobre 2013, nel supplemento culturale L'ORDINE, diretto da Pietro Berra, un intervento a mia firma su Giovanni Bertacchi con alcune proposte per diffonderne, in modo "transmoderno" l'opera, con video, teatro, parco culturale, imprenditoria. Ed ovviamente insegnandolo nella scuola. In Valchiavenna. Anche alle superiori. Come da anni, isolatissimo, vado facendo. Altre firme nel supplemento: Moni Ovadia, Elisabetta Sgarbi, il vaticanista Lucio Brunelli...



Gioànin Bertàch Pop


 ... Giovanni Bertacchi, il mite Bertacchi, ha avuto in sorte d’esser, anche spregiativamente liquidato da avanguardisti poi in tarda età diventati passatisti, più di lui al passato, come Papini, da futuristi che lo misero nell’angolo ottocentesco con i loro Zang tumb tumb mentre lui ascoltava Debussy e scriveva aforismi - mai pubblicati, vista anche la censura fascista - sopra il Sacro ma anche sull’Umorismo; e se vogliamo proprio toglierlo dal tardo realismo con venature pascolian-carducciane, dovremo affermare che il poeta ebbe sempre attenzione verso il rapporto tra scienza e lavoro, tra forze produttive e progresso. Per queste linfe nascoste e tuttora operanti nella sua opera, Giovanni Bertacchi, necessita, molto più di altri poeti coevi, di una completa e nuova antologia sulle sue raccolte ma anche di tutti quegli scritti, nei generi più diversi, compreso il patriottismo interventista democratico nel 1914, perché torni di nuovo a disposizione delle librerie e delle biblioteche un ampio spettro di generi. Scrivo spettro perché il fantasmatico trovi corpo in nuovi lettori, magari giovani, a cui spesso è negata la conoscenza del poeta, se non alle medie valligiane, perché schiere di insegnanti non si misurano con la poesia che non sia firmata dai soliti numi: passando beati e frivolmente stolidi da Leopardi a Montale, sorvolando su quel contesto fino ottocento crispino ed inizio ottocento giolittiano, cui Bertacchi appartenne per ideologia socialista ma pure inventando il canto di un turismo appassionato verso le vette e i viaggi, e per questo poeta in Zanichelli con il suo Canzoniere delle Alpi da 25000 copie vendute. Ma come ri-attualizzare la diffusione di Giovanni Bertacchi? Non può bastare un’antologia anche se fosse costruita con tutti i criteri filologici perfetti oppure virata un poco di più nella narrativizzazione di certa biografia bertacchiana che rimanda ad amori e stordimenti vissuti in vecchiaia. Si va in città se la tecnica l’accesso te lo dà. Altra facile rima. Bertacchi va attualizzato, reso Transmoderno, spostandone l’opera in altri generi: come il teatro, il fumetto, i video. - da "Un parco letterario nei luoghi di Giovanni Bertacchi" - L'ORDINE, 20 ottobre 2013 - 



NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

L'ORDINE 20.X.2013

Claudio Di Scalzo nasce a Vecchiano fra l’Arno e il Serchio sotto una torre medievale che guarda dai suoi spalti la più nobile Torre Pendente. Diventa esponente della Poesia Visiva negli anni Settanta. Pubblica nelle riviste di settore. Espone in varie mostre. Esordisce nella narrativa nel 1997 con il romanzo epistolare Vecchiano, un paese. Lettere a Antonio Tabucchi per i tipi della Feltrinelli. Come critico d’arte cura mostre con catalogo per Bruno Magoni, Antonio Papasso, Giovanni Boffa, Raffaella Formenti, Henri Michaux, Jacques Villeglé, De Chirico, Medardo Rosso, Arturo Martini. Collabora con la Galleria Peccolo di Livorno. Il suo interesse per L’Art Brut gli fa scrivere “L’Alfabeto del Custode” dedicato al pittore chiavennasco Bruno Dell’Ava. Ha diretto l’annuario Tellus, 2002-2009, e fondato il relativo giornale Telematico Glocale Tellusfolio (2005-2009). Attualmente, in Rete, dirige, con la scrittrice Chiara Catapano, la rivista di Letterature Pensosità e Arti L'OLANDESE VOLANTE. Studioso di Giovanni Bertacchi - fin dal convegno con catalogo che si tenne a Chiavenna nel 1992 per il cinquantenario della morte - ne progetta la diffusione manualistica nella scuola. Anche con il weblog: GIOVANNI BERTACCHI LIBROWEB - E’ presente nell’antologia curata da Pietro Berra: “Poeti del Lario e della Valtellina”. Insegna all’ITCG-Liceo “Leonardo da Vinci di Chiavenna”. Risiede a San Cassiano Valchiavenna.