lunedì 2 febbraio 2015

Guido Scaramellini La ribellione mite del poeta Giovanni Bertacchi. Biografia, pubblicazioni, insegnamento, antifascismo.






Guido Scaramellini

LA RIBELLIONE MITE DEL POETA GIOVANNI BERTACCHI

Mite, ma tutt’altro che remissivo fu il poeta Giovanni Bertacchi, che non si tirò mai indietro per opportunismo né mutò bandiera, pagando invece di persona in tempi in cui le differenze di opinione potevano costare addirittura il carcere. Fu, a suo modo, un ribelle e perciò ostacolato, come dice l’oblio che regna ancora su di lui e sulla sua opera a più di sessant’anni dalla morte, nonostante le lodevoli iniziative promosse a Chiavenna per ricordarne la figura e per invogliare a leggerne le opere. A partire dalla tomba e dalla lapide sulla sua casa natale che la sua città volle per lui nel 1945, terzo anniversario della morte, per passare alla lapide posta nel ‘52 sulla scuola media a lui intitolata, a cui seguirono una decina di anni dopo il busto in bronzo collocato in piazza Castello e nel 1992, cinquantesimo della morte, il convegno di studio.
  
Bertacchi si affacciò all’editoria nel 1888, appena finiti gli studi liceali al collegio Gallio di Como, pubblicando presso la tipografia Ogna di Chiavenna un volumetto dal titolo “Versi” sotto lo pseudonimo di Ovidius. Laureatosi quattro anni dopo all’Accademia scientifico-letteraria di Milano, si fece conoscere al grande pubblico nel 1895 con l’uscita del “Canzoniere delle Alpi”, presso Baldini & Castoldi di Milano. Delle sei raccolte che seguiranno, questa è la più nota per successo di critica e soprattutto di pubblico: arrivò al 25° migliaio di copie.
   
Il 1898, l’anno in cui cadeva il cinquantenario delle Cinque giornate di Milano, la gente scese in strada, questa volta non per scacciare gli occupanti austriaci, ma per protestare contro il carovita. Fu allora che il generale Fiorenzo Bava-Beccaris ordinò ai suoi artiglieri di rivolgere i cannoni contro i dimostranti: un centinaio, o forse più, furono i morti e oltre seicento i feriti. Molti intellettuali furono incarcerati. In quel frangente Bertacchi non esitò a lasciare l’insegnamento al ginnasio-liceo Parini, espatriando in volontario esilio nella vicina val Bregaglia svizzera, probabilmente anche perché temeva di essere arrestato per certi articoli precedentemente pubblicati. Fu a Soglio e a Promontogno, e in terra repubblicana lesse quanto trovò di Mazzini. Rientrato a Milano e ripreso l’insegnamento, fu chiamato nel 1915 alla cattedra di letteratura italiana presso l’università di Padova “per chiara fama di poeta”, senza concorso.
   
Formatosi alla filosofia positivista e agli ideali socialisti libertari, ma legato anche alla tradizione mazziniana, fu coerente socialista umanitario, vicino al riformismo di Filippo Turati: un socialismo romantico, volto a mediare tra diverse ideologie, a smussare i contrasti e a favorire la fratellanza universale e la solidarietà fra i popoli, contro ogni dittatura. Per questo ferma e intransigente fu la sua opposizione al fascismo, come risulta dagli atteggiamenti pubblici, ma anche dalle carte private del suo archivio, oggi depositato nel Fondo che porta il suo nome al Centro di studi storici valchiavennaschi. E il regime andò sempre più isolando il poeta; di conseguenza la sua fama, che a cavallo tra i due secoli era stata grandissima in Italia, si andò progressivamente affievolendo.
  
Non amò azioni plateali, ma – da buon montanaro – agì con ferma quotidiana coerenza, senza proteste eclatanti. A confermare la ferma avversità al fascismo, che data ai primi anni del regime, rimane la sua corrispondenza conservata nel Fondo Bertacchi. Nel 1924 il poeta aderì alla lista lombarda di opposizione costituzionale e Dante Coda de “La Stampa” di Torino si complimentò per il “suo gesto di coraggiosa rivendicazione dei principi di libertà e di giustizia”.
Per motivi politici si vide talora rifiutare la pubblicazione di sue opere, come il 25 novembre 1927, quando la Sonzogno gli comunicava di dover rinunciare alla stampa del suo discorso perché esso – si legge – “dovrà necessariamente andare fra le mani di podestà, di presidenti di circoli, di segretari fascisti, ecc. e non potrà trascurare, in certi casi, l’attuale situazione politica italiana”.
Da una parte venivano rifiutati suoi testi, dall’altra venivano richiesti. Bisogna ricordare che nel 1906 Bertacchi aveva inserito nella raccolta Alle sorgenti la poesia “Balilla”, ispirata al monumento di Genova, in cui rivive le gesta del ragazzo il quale, scagliando una pietra contro un gendarme austriaco, aveva acceso le cinque giornate che portarono alla liberazione della Liguria. Costituita dal regime, giusti vent’anni dopo, l’Opera nazionale Balilla per l’assistenza e l’educazione dei giovani tra gli 8 e i 14 anni, cominciarono ad arrivare al poeta richieste di pubblicazione della poesia. In una, del 25 luglio 1930, l’Editrice sociale Treviglio di Milano chiedeva l’autorizzazione a pubblicare tre sue liriche in un’antologia per i corsi di avviamento al lavoro; accanto a “Balilla” il poeta annotò: “No. Risposto 4.11.30”. Analogo rifiuto, per evitare che la sua composizione fosse usata come mezzo di propaganda fascista, egli oppose alla Paravia di Torino, che il 22 gennaio 1936 chiedeva di inserire la stessa poesia in una Antologia italiana a cura di Gina Algrandi di Napoli.
   
Bertacchi fu anche chiamato a comparire davanti ai responsabili del partito nazionale fascista per render conto del suo operato. Il 21 settembre 1934 fu convocato dal segretario federale di Sondrio, probabilmente in relazione “a un convegno per la questione del Dopolavoro che tendeva ad assorbire la Società operaia” di Chiavenna, come il poeta annota in calce alla lettera di convocazione. Durante quel ritrovo, svoltosi la sera del 29 gennaio precedente nel crotto Perego in Pratogiano, il poeta aveva dichiarato, ottenendo l’adesione dei sei amici presenti, che, se la libera Società democratica operaia fondata a Chiavenna nel 1862, fosse stata trasformata dal regime in dopolavoro, egli non si sarebbe più considerato socio onorario della stessa. Ancora una volta i crotti diventano luogo ideale per riunioni libertarie, come di nuovo saranno nel ‘44, quando sempre nei pressi di Pratogiano, in quello alla “Crosét” donato dai chiavennaschi vent’anni prima al loro poeta, sarà costituita la sezione del Comitato di liberazione nazionale.
   
E siamo al giuramento di fedeltà imposto dal fascismo ai docenti universitari con decreto 1227 del 28 agosto 1931, reso esecutivo l’8 ottobre seguente. Solo una dozzina di professori in tutta Italia si rifiutò, altri due scelsero la via della pensione anticipata e uno conservò il posto, pur senza giuramento. Bertacchi ebbe nell’occasione due colloqui separati con il preside di facoltà e con il rettore, che gli avevano fatto sperare – come scrive in una lettera dell’1 dicembre seguente – in “un trattamento più equo verso i non giuranti. Se non che, chiamato da questo [il rettore] la sera di sabato 28 novembre, sbrigativamente fui indotto a giurare; il che feci più con mortificazione che con la convinzione di essere moralmente impegnato da una così coatta dichiarazione. Nell’atto anzi di firmare, dissi di ritenere nullo lo stesso, di esserci stato tratto ‘per il collo’ e di essere già da quel momento deliberato a provvedere altrimenti alla mia dignità”. Il tutto alla presenza del rettore Giannino Ferrari, del direttore della segreteria dott. Violani e dell’economo dott. Giacomo Livan. E, dichiarando l’intenzione di lasciare l’insegnamento entro un anno, così conclude: “Le ragioni più mie e delicate esposte al Rettore nel colloquio di sabato 21 novembre ho riassunte oggi in lettera raccomandata a S. E. il Ministro Balbino Giuliano”.
  
A quanto finora detto si aggiunge una testimonianza nel libro “Chi ha paura del lupo cattivo?” di Cesare Musatti, allievo prima, collega poi del poeta come docente di psicologia a Padova: “in grande ambascia per il richiesto giuramento – scrive Musatti – fu Giovanni Bertacchi, che venne da [Concetto] Marchesi a confidarsi. Non poteva rinunciare allo stipendio perché ne aveva bisogno per mantenere i propri nipoti, e non sapeva che cosa fare. Credette di poter risolvere il problema, giurando sì, ma rilasciando contemporaneamente ad un notaio una dichiarazione da rendersi pubblica alla sua morte, in cui si diceva che aveva giurato solo per fame e non per convinzione. Marchesi rideva e gli chiedeva: ‘Ma scusami, quando sei morto, che te ne importa?’. Marchesi aveva ragione, ma … l’uomo alla propria morte non crede, e sempre agisce e scrive per l’eternità”. Musatti dimenticò o forse non conosceva il “Precetto”, scritto da Bertacchi nel 1912: “Il carro oltre passò d’erbe ripieno / e ancor ne odora la silvestre via. / Sappi fare anche tu come quel fieno: / lascia buone memorie, anima mia!”. Diversamente motivarono la loro sottomissione al regime sia lo stesso Musatti (che pure sarà in seguito allontanato dall’insegnamento per motivi politici e razziali), sia Marchesi, i quali – come confessa il primo – si allinearono alle direttive del partito comunista.
Quando, nel 1936, fu richiesto ai docenti universitari di rinnovare il giuramento al regime, il nostro non ebbe esitazioni, scegliendo il pensionamento anticipato. Lo comunicò in una nobile lettera al rettore Aldo Ferrabino. Dopo aver pagato la fedeltà alle sue idee antifasciste con quindici anni di quasi totale assenza dalla ribalta letteraria nazionale, anche se indubbiamente acuita dalle mutate poetiche, Bertacchi troncava anzitempo la sua carriera accademica, riducendosi ad elemosinare ospitalità per i suoi scritti – a titolo gratuito, s’intende – su un paio di riviste benefiche di Milano: una per i sordomuti, l’altra per i ciechi, “che – osserva Attilio Pandini – appaiono oggi come la metafora dell’Italia di quegli anni imbavagliati e oscuri”.
  
Né potrà vedere – Bertacchi – la caduta della dittatura, essendo morto sul finire del 1942 a 73 anni, dopo un tracollo fisico e psichico a cui non fu estranea la condizione di esiliato in patria. Solo dopo la Liberazione le sue spoglie avranno degna e solenne sepoltura sotto la rupe nel cimitero di Chiavenna, dove un sarcofago in cotto, oggi in bronzo, reca i temi più cari alla sua poetica, dalla vita dei pastori a quella degli emigranti. E voglio sperare che trovino finalmente attuazione gli auspici dettati nel 1935 in Novecento dal critico Alfredo Galletti: “penso che la voce poetica dei suoi sogni sarà ascoltata ancora con raccolta commozione quando l’eco di tante altre voci più stridenti sarà svanita”.


Claudio Di Scalzo: Sintetica biografia di Giovanni Bertacchi - LIBRO-WEB 16

Il poeta con il nipote




Claudio Di Scalzo

SINTETICA BIOGRAFIA DI GIOVANNI BERTACCHI
(LIBRO-WEB 16)

Giovanni Bertacchi nasce a Chiavenna il 9 febbraio 1869. Nel 1892 si laurea con una tesi sulla “Raccolta giuntina di rime antiche”. Nel 1895 pubblica Il canzoniere delle Alpi dove le simmetrie della natura alpina custodiscono il suo sogno di realtà totali seppur mediate dallo sconcerto per l’invadenza delle cose e dei vissuti. Tre anni dopo escono i Poemetti lirici dove tenta il connubio fra positivismo e mazzinianesimo confidando in una sorta di prosodia che possa rappresentare il nuovo mondo che avanza. Alle sue spalle, e allo stesso modo ansanti nel secolo che finisce i lineamenti di poeti come Angiolo Silvio Novaro, Lucini, Ada Negri, Roccategliata Ceccardi, Cena, Pascoli. In quello stesso anno, il 1898, si rifugia in Svizzera per motivi politici temendo la repressione in atto a Milano e dintorni contro i moti popolari. Nel 1903 pubblica la raccolta Liriche umane dove compaiono novelle in versi e poesie che elevano il lavoro e la fratellanza umana virate in una patina romantica e suadente. Anche il poemetto in versi sciolti, Le Malie del passato, del 1905, risente di questo populismo amaro. L’anno dopo pubblica Alle sorgenti dove l’arte poetica è ricondotta all’umiltà della congenita erranza del poeta dalla parola alla terra. Nel 1912 Bertacchi pubblica la raccolta A fior di silenzio che propone anche teneri versi d’amore; il poeta è già una scheggia di ottocento nel secolo che si affida all’esplosiva giovinezza, e dissennatezza, dei futuristi o alla malattia crepuscolare e per lui che si affida alla tradizione arriverà di lì a poco dai Papini e da altri, con fare teppistico, la scomunica per questa colpa. Nel 1916 il poeta chiavennasco è chiamato alla cattedra di letteratura italiana all’Università di Padova per chiara fama di poeta. Il suo Canzoniere infatti e le altre raccolte vendono migliaia di copie. Il 1921 è l’anno di Riflessi d’orizzonti. Compare una poesia incline a vaticinare le ragioni metafisiche e sociali della pace fra gli uomini in anni che annunciano rimbombi di guerre sociali e fra gli stati come se una guerra mondiale non fosse già stata combattuta. Con il fascismo al governo e poi al potere totalitario viene costruito un silenzio attorno al poeta sempre più stretto e mortificante. Il suo socialismo ancorché umanitario e nel 1915-18 interventista patriottico non gli risparmiano un sospettoso isolamento imposto dalle autorità politiche e culturali. In questo clima esce nel 1929 Il perenne domani e sarà l’ultima raccolta. Traspare ancora la fede nell’individuo che si organizza nel lavoro e nel mutuo soccorso, ma anche la coltre spessa della malinconia. Dopo verrà il ritiro nel ’36 dall’università, l’affidarsi ad anomime rivistine per cantare magari in dialetto il suo disincanto e la morte il 24 novembre 1942 a Brugherio presso Milano. 


domenica 1 febbraio 2015

GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 15: "Bertacchi il socialista" piccola antologia cura di Claudio Di Scalzo






LIBRO-WEB 15

(a cura di claudio Di Scalzo)
BERTACCHI IL SOCIALISTA

dai POEMETTI LIRICI 
poesie dedicate al movimento proletario e socialista


SERA DI PRIMO MAGGIO

Passa la storia; io sento
ne’ silenzî del tempo
un divenire infaticato e lento;
murmure di fiumana che non sai dove va.

Io guardo fuori, al piano
e veggo in fondo al cielo
un paese di nuvole lontano.
saran procelle od iridi che romperai di là?





 LA CALMA FORZA NOVELLA

Noi non abbiam bisogno di sognare il futuro.
A noi basta il diffuso, calmo, reale avvento
che si compie ogni giorno. Questo moto sicuro
è storia ed è poema in ogni suo momento.

In un tempio germanico grande, semplice, puro,
che Marx eresse alle aure d’un bel rinascimento,
dorme, tra i vaghi albori del secolo venturo,
la vecchia, ingenua musa dell’odio e del lamento.

La vita che perdona, perché tutto comprende,
forse nel male ha posto scopo e ragion pel bene:
è buona guerra questa che l’età nostra imprende.

Giovine forza armata d’opera e di pensiero,
contro l’ordine antico l’ordine nostro viene.
Più che un fulmine d’odio vale un lampo di vero.






    RITORNO DI OPERAIE

Discendevan così, meste e soavi,
dopo il lavoro, per la strada aprica,
cantando una speranza
di redenta fatica:

Stanche sorelle, siamo noi le schiere
bene avviate ad un’età più bella?
La potrem noi vedere
l’attesa era novella?

Ma se pur cessi la fatica e resti
in serene armonie solo il lavoro,
tornerà sempre al mondo
quell’accorato coro.

Nei vesperi laggiù dell’avvenire,
sul ciglio delle verdi umide culle,
vedo ricomparire
un gruppo di fanciulle

che canta a piena gola e con gli sguardi
annegati nel cielo, ed ha nel canto
l’eterna, appassionata
giovinezza del pianto.

Presso i cespugli, sulla via fiorita
Rinascerà, spasimo eterno, amore;
biancospin della vita
rifiorirà il dolore.     


         


GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 14: "Il sacro del positivista" piccola antologia cura di Claudio Di Scalzo






dal CANZONIERE DELLE ALPI, 1895


Campana alpestre

O tu che gemi nel silenzio immenso
patetica armonia che non hai senso,
e dici tante cose,

chiedi tu forse all’aria umida e muta
la canzon degli uccelli e la perduta
fragranza delle rose?

Ridici forse teneri misteri
di lontane memorie a’ cimiteri
del piano e del pendio,

o forse annunzi desolatamente
alla volta de’ cieli indifferente
il tramonto di Dio?



Campane all’alba

I

Fu lei, la bella chiesa là presso al cimitero,
che stamattina all’alba mi diede il ben venuto:
oh, dolce meraviglia del riscosso pensiero
quel riudir dai vecchi bronzi il fedel saluto!

Dei mal ridesti sensi nel crepuscolo muto,
gli affetti, le memorie, le immagini del vero
paion venir da un sogno del bel mondo perduto,
d’un sogno hanno le intense dolcezze ed il mistero.

Squillavan le campane: dal patetico suono
pioveva un’onda all’anima d’indicibili moti,
uscia lenta una fuga di ricordi remoti.

L’irreparabil tempo, lo scorato abbandono
di tanti affetti, il vago desio d’un bene incerto
gemea nell’ora dolce, nel silenzio deserto.

II

Diceano i vecchi bronzi: - Nel crepuscol del giorno,
sempre così cantiamo la nostra avemaria:
noi siam l’amico genio dell’Alpe tua natia;
sia benedetto, o povero fanciullo, il tuo ritorno.

Odi? Al richiamo deste, dalle montagne intorno,
rispondon le romite chiese per l’alba pia:
noi siam della tua valle l’antica poesia…
Sia benedetto, o povero fanciullo, il tuo ritorno.

Sapessi come è bello quassù l’inverno! Al cielo
terso le calme effondonsi perennemente chiare:
biancheggian di recenti nevi i balzi dirotti.

Vieni dell’Alpe ai brevi soli, alle pure notti
de’ verni tuoi: la bianca immensità nel velo
de’ suoi vapori accolga le tue larve più care.






Chiesetta alpina

O di quiete mistica dimora,
tu nello spazio abbandonata stai;
non voto umano; solo omaggio avrai
le intatte nevi e l’aromata flora.

Qui ne l’immensità perdesti l’ora
vana; ma sempre tu la sentirai
La dolce fede che non passa mai,
l’aura che dalle cose alma vapora.

Oh, nella solitudine infinita,
mesto esilio dell’anime! – All’incanto
muto dei cieli, alta sul mondo e sola

piange una squilla, arcana eco, parola
d’ineffabil promessa e di rimpianto
che geme nella vita… oltre la vita…





Cimitero

Là smarrito del cielo in su lo sfondo,
dal solitario culmine montano
accenna forse all’orizzonte arcano
d’in ignoto di là, d’un altro mondo.

Tornan dal pio terren gli atomi al sano
aere, di forme agitator fecondo:
ma il torrente là giù, dal cupo fondo,
canta alla morte, al desolato Invano.

Narra il breve recinto umili storie
d’affetti e dolor; di sulle glebe
parlano al vento l’umili memorie.

Là nei funebri dì la fede sale
come un lamento: una deserta plebe
chiama dal monte all’ultimo ideale.







da POEMETTI LIRICI, 1898


Dalla terra al cielo

Una volta dall’organo di chiesa
guardai la turba dei fedeli: - Ognuno
di quei raccolti cuori
portò qua dentro assai piccola cosa;
umili affetti ed umili dolori,
qualche suo dolce morto,
o qualche suo lontano,
e ne domanda qui pace e conforto
nelle lente armonie di un rito arcano.

Pur nella turba dei raccolti cuori
nasce una cosa immensa.
Laggiù si prega per gli affanni umani;
ma il canto dei ricordi e delle pene,
delle modeste e ignote ansie terrene,
batte, salendo, per l’inconsolata
vòlta dei muti cieli,
si propaga in remota eco di aneli
singhiozzi, e di promesse, e di desìo.
E l’eco umana si tramuta in Dio. –




NOTA


GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 13: "Pensiero di migrante" - A cura di Claudio Di Scalzo


Italiani ad Ellis islands




GIOVANNI BERTACCHI

Libro-Web 13

PENSIERO DI EMIGRANTE

(da "A Fior di silenzio")

Qual nelle fiabe provvida bambina,
che il mago strappa al suo natal soggiorno,
lascia dietro di sé grano o farina
che le segni per la via pel buon ritorno,

io semino partendo, a quando a quando,
petali di memorie in su la via,
ond'io ti possa ritrovar, tornando,
pel vastissimo mondo, o casa mia!




Emigranti italiani in partenza per il Sudamerica



COMMENTO E PARAFRASI


Giovanni Bertacchi, sentendosi emigrante, certamente influenzato dal fenomeno sociale dell'emigrazione, già cantato da Giovanni Pascoli nei "Poemetti", ricordando i suoi viaggi di "pellegrino" per il Touring Club (nessun poeta ha viaggiato quanto Bertacchi in epoca giolittiana e negli anni venti, e non viene mai ricordato. Gli altri poeti non uscivan d'Italia oppure si recavano soltanto a Parigi. Non certo ad Istambul! o in Grecia) in questa raccolta che risente del clima simbolista-crepuscolare, traspone la sua figura di poeta nel ruolo di colui che nomade, emigrante, disperso, semina versi-mollica di pane-petali col fine di offrire traccia di sé, biografia e poetica, accettando la bellezza e potenza del vasto mondo. Ove la poesia, in senso cosmopolita e socialista, ha casa.




Pensiero di emigrante (da "A fior di silenzio", edizione Baldini e Castoldi, Milano) - la breve lirica è costruita, come affermato sopra, con lirica grazia sul mondo favolistico (che nobilita ma edulcora l'emigrazione: e ciò accade sempre col simbolismo-decadentismo, anche in Pascoli) dove il personaggio-bimbo (il poeta in senso pascoliano è un Fanciullino accorto e a volte sventato) semina mollica-grano-sassolini per poi vederseli mangiare-nascondere dagli animali del bosco, dai volatili, incorrendo nel pericolo dell'Orco che lo cattura lo rincorre lo ostacola. Ovviamente l'Orco può essere il tempo che passa che rincorre i tasselli della vita poetica di Bertacchi e inghiottendoli li cancella, ed il bimbo-poeta-Bertacchi ancora ne semina. Inesausto. La "dispersione" di chicchi di grano-poesia per consentire un ritorno in filigrana propone anche la figura dell'esiliato che medita e anela il ritorno in "patria", nella piccola patria, heimat, alpina... coriandolo nel vasto mondo. Ma tanto amata.   



GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 12: "Riflessi di orizzonti" - A cura di Claudio Di Scalzo







GIOVANNI BERTACCHI

Libro-Web 12

RIFLESSI DI ORIZZONTI


Basiliche di nubi
costruite dal vento; aeriformi
gioghi; tempeste immote ove si addensa
un contenuto mugolio di tuoni;
come chi passa sotto i vostri nembi
avvicinati in imminenze enormi,
io vo sui lembi
d'una inespressa mia opera immensa.

Dai grembi della vita
nasce il poema, come voi dai mari;
si riverbera a me dal vivo sfondo
degli orizzonti in cui l'anima indugia,
quando si fa più dolorosa o truce
quaggiù la storia ed oltre quei velari
di colorata luce
si compie qualche grande ora nel mondo.






COMMENTO E PARAFRASI


Questa poesia, come PROEMIO apre la raccolta RIFLESSI D'ORIZZONTI pubblicata da Giovanni Bertacchi nel 1921. L'intensità delle immagini e la duttilità ritmica testimoniano il rinnovamento operato dal poeta nel suo versificare, o quantomeno il tentativo di accostarsi alle nuove modulazioni simboliche, che poi si sarebbero dette ermetiche, che andavano diffondendosi. Ma la modellazione orfica del proprio io, il biografismo poetico, non è nelle corde di Giovanni Bertacchi, pertanto ancora si ricollega ai fenomeni naturali, li descrive li accenna li disegna quasi, e soltanto all'interno di questo grembo o molteplici "grembi della vita" la poesia può avere una genesi e un ruolo adatto a servire l'umanità e l'evoluzione verso il bello. L'antico socialista ancora nutre fiducia nell'epica suggerita dalla storia all'estetica, alla poesia, alla missione della letteratura. Il ripiegamento para-crepuscolare presente in "A fior di silenzio" è, in questo proemio-Riflessi di orizzonti, messo in sordina. Bertacchi tenta di innovarsi dentro la "sua" tradizione, che deve molto all'ottocento, e per questo, rispetto alle raccolte del tempo, pubblicate da altri poeti, è strepitosamente "inattuale". 

"Basiliche di nubi" - Le immagini stupefatte e fantasmagoriche, ispirate dalla nubi (sulle montagne, sul paesaggio), rimandano anche al Pascoli però quelle basiliche aeree sono pure una novità orfico-ermetica per un paesaggio stato-d'animo oramai poco solido e preda di ogni mutamento. 

"Come chi passa" - Il poeta confessa a se stesso che il suo cammino poetico, ed umano, sta nel lambire un'opera inespressa, che non si realizzerà. C'è il desiderio di dire e vivere tutto, però il poeta viandante si muove sotto il dominio instabile dei suoi progetti ed essi come nembi si sfrangiano si manifestano illusori. 

"Dai grembi della vita / nasce il poema" - la poesia, o meglio il poema, la narrazione in versi, l'epica che può cantare l'umanità del singolo e delle masse, nasce dai vari "grembi della vita" nel suo manifestarsi nella storia e nelle singole biografie affidate al tempo; un po' come le basiliche di nubi nascono dai vapori della terra e del mare.

"Si riverbera a me..." - La poesia (o meglio il poeta che l'organizza in testualità) riflette, rispecchia la realtà della vita, nesi suoi momenti di accesa tensione, quando cioè la storia (umana) presenta, manifesta, le stagioni della tragedia e della complessità. La poesia come rispecchiamento dell'azione dell'uomo è prettamente di origine marxiana, il tono della versificazione che propende all'oratoria (a volte carducciana) è inevitabile per l'impegno in poesia di un uomo formatosi nel Positivismo, e questo dualismo, senza equilibrio, è la cifra dell'ultimo Bertacchi.    




GIOVANNI BERTACCHI LIBRO-WEB 11: "Scendendo la via dietro un placido gregge" - A cura di Claudio Di Scalzo


Giovanni Segantini - "Pascoli alpini"




GIOVANNI BERTACCHI

Libro-Web 11

SCENDENDO LA VIA DIETRO UN PLACIDO GREGGE

Calano al piano dai ridenti Andossi,
dalle conche pasciute in Val di Lei,
dietro un lento squillar di bronzi mossi.

Cantilena più mesta io non potei
trovar nel mondo, sul cui metro ondeggi
la tacita armonia de' sogni miei.

Oh, misurar la vita in su le leggi
dell'erbe e degli armenti; andar le belle
notti, seguendo un tintinnio di greggi;

salutare ogni dì forme novelle
d'ingenua vita; uscir della memoria
di ciò che fui; richiedere alle stelle

l'antico Iddio; l'avara arte e la gloria
travagliata depor, lento, dal cuore;
dimenticar degli uomini la storia,

fino a trovarmi semplice pastore!







COMMENTO E PARAFRASI

Questa poesia compare nella raccolta "A fior di silenzio, pubblicata nel 1912. In questi versi si avvertono echi della tempèrie crepuscolare quando il poeta s'immagina in fuga dal mestiere di poeta per diventare un semplice pastore. Di stampo prettamente bertacchiano è invece la trasfigurazione della condizione naturalista, di uomini ed animali e paesaggio, in una aura di raccoglimento simbolica che poggia sul sogno, sulla malinconia, sullo straniamento. Si potrebbe quasi accostare l'evoluzione della poesia di Bertacchi a quanto aveva compiuto, in pittura, un decennio e più prima Giovanni Segantini, passando dal naturalismo pittorico al simbolismo alpino.  


"Calano al piano"... - I pastori scendono verso la pianura dai ridenti pascoli dell'altopiano Andossi. "Andossi è un altopiano a sera e a monte di Madesimo. E' di natura morenica, ricco di edelweiss e di pascoli" (Ettore Mazzali)

"Conche pasciute" - Valli ricche di pascoli. Due soli aggettivi, ridenti e pasciute, sono sufficienti a Giovanni Bertacchi per suggerire l'immagine di uno dei paesaggi più stupendi dello Spluga e della Valchiavenna.

"Bronzi mossi" - Sono le campanelle di bronzo appese dai pastori al collo delle pecore.

"Cantilena più mesta" - Quel tintinnio monotono e cadenzato suggerisce nell'animo del poeta una musica da cantilena che lo affascina e a cui si a abbandona perché possa cullarsi nella silenziosa armonia dei suoi sogni. La biografia, anche tormentata di Bertacchi, negli amori nella politica nell'insegnamento padovano, nutre questo suo "naufragar", anche leopardiano, nel suono pastorale.

"Oh misurar..." - Il poeta vaticina per sé il mestiere di pastore per fuggire dalla letteratura (un po' malattia un po' distacco dal vero per dirla con Gozzano) e per tornare ad un contatto primigenio, del tutto immediato, con la natura, le sue leggi, gli stagionali eventi. Questo "ritorno" al codice naturalistico del vissuto era anche una sorta di moda ad inizio secolo, tra i letterati, però Giovanni Bertacchi, per le sue origini popolari, per il legame con la valle mai filtrato da intellettualismi, è probabilmente uno dei poeti, in questa attitudine al naturale, tra i più sinceri. 

"Uscir della memoria / di ciò che fui" - Esplicita dichiarazione d'un pressante desiderio di abbandonare il ruolo di poeta per addivenire a quello di pastore, però in una sorta di virtuosa metamorfosi dalla Cultura alla natura. E qui si avvertono gli influssi di certo pensiero tedesco che a fine ottocento furoreggiava anche per il messaggio (di quanto di esso circolava italianizzato) dell'uomo di Sils Maria in quel d'Engadina: Friedrich Nietzsche. 

"Lento" - lentamente

"Dimenticar degli uomini la storia" - La storia, al positivista e marxista e mazziniano Bertacchi, in epoca giolittiana, nel novecento caotico, non offre più il bandolo interpretativo, un'intravista destinazione,... e pertanto, perché non fuggirne?